«Il primo maggio è come una parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento».

Iniziava così un articolo pubblicato nel 1890 sulla rivista La Rivendicazione, guidata dall’anarchico romagnolo Germanico Piselli e impegnata nella campagna per la celebrazione del 1° maggio.

Una parola d’ordine che avrebbe attraversato generazioni di lavoratori, sopravvivendo alla repressione, alle guerre e al fascismo.

E che sarebbe tornata ogni anno nelle strade e nelle piazze.

Come nella fotografia del 1° maggio 1956, quando il corteo dei lavoratori entra in Piazza Saffi a Forlì.

In prima fila c’è il partigiano Leo Matteucci.

Dodici anni prima, nel 1944, era stato catturato dai tedeschi e costretto a lavorare alla costruzione delle fortificazioni della Linea Gotica.

Leo riesce però a fuggire e comincia il viaggio per tornare in pianura.

Ad aiutarlo è quella rete di solidarietà contadina senza la quale tanti partigiani, disertori, renitenti e fuggiaschi difficilmente sarebbero riusciti a sopravvivere.

Durante il cammino si ferma in una casa di montagna.

La famiglia che vive lì è poverissima. Nonostante questo, gli offre quello che ha: due uova e un po’ di pancetta rancida.

Per Leo, affamato e in fuga, è abbastanza.

Prima di ripartire domanda quanto deve pagare.

La risposta che riceve vale più di tanti discorsi sulla solidarietà:

«I poveri il pane non se lo fanno mai pagare.»

Dodici anni dopo Leo Matteucci è di nuovo lì, questa volta libero, in prima fila nel corteo che entra in Piazza Saffi.

Dal Primo Maggio del 1890 a quello del 1956 passa più di mezzo secolo di lotte, repressioni, fascismo, guerra e Resistenza.

Ma quella parola magica continua a correre di bocca in bocca.

Lavoro, lotta e solidarietà.

Buon Primo Maggio. 🔥

La parola Resistenza ha un significato.

Significa rabbia, conflitto, scelta, cambiamento.

È una parola che negli anni la politica e le istituzioni hanno spesso svuotato della sua forza. L’hanno addomesticata, disinnescata, trasformata in una celebrazione. In qualcosa da ricordare una volta all’anno, possibilmente senza disturbare troppo.

Ne hanno fatto un monumento inoffensivo.

Ma la memoria non serve a nulla se rimane confinata dentro una commemorazione.

La Resistenza è uno strumento. È un processo attivo, collettivo e quotidiano che deve essere mantenuto vivo e alimentato attraverso la partecipazione, il dissenso e la capacità di opporsi alle ingiustizie.

Per questo il 25 aprile vogliamo festeggiare la Liberazione ricordando anche una parte più scomoda della sua storia.

Ricordando quei giovani che, dopo aver combattuto il fascismo, non considerarono conclusa la propria battaglia il giorno della Liberazione.

Per molti di loro la Resistenza non significava soltanto cacciare tedeschi e fascisti. Significava immaginare una società diversa, più libera e più giusta.

Alcuni continuarono a lottare anche dopo la guerra. Alcuni finirono nuovamente sotto processo o in carcere. Altri si scontrarono con un Paese che, molto rapidamente, chiedeva loro di consegnare le armi, tornare a casa e smettere di essere partigiani.

Ma non tutti erano disposti a considerare il lavoro concluso.

Raccontare anche loro significa restituire alla Resistenza la sua dimensione politica, sociale e conflittuale.

Significa ricordare che chi salì in montagna non combatteva per diventare una fotografia su una lapide.

Combatteva perché voleva cambiare il mondo in cui viveva.

È questa la memoria che vogliamo tenere viva.

Non una memoria immobile.
Non una memoria addomesticata.
Non una memoria buona soltanto per le celebrazioni.

Una memoria che continua a prendere posizione.

W la Resistenza, sempre.

Viva il 25 aprile, tutti i giorni.

Amos Calderoni è di Alfonsine, ha appena 19 anni e comanda la 12ª Compagnia della Brigata Garibaldi Romagna.

È l’aprile del 1944 e la formazione partigiana sta cercando di resistere al grande rastrellamento nazifascista che dalle vallate sta risalendo l’Appennino, lasciandosi alle spalle distruzione e morte.

Amos deve tenere la posizione sopra la strada di Biserno.

L’ordine è semplice e terribile: resistere abbastanza a lungo da permettere agli altri partigiani di sfuggire all’accerchiamento e provare poi ad attaccare il nemico alle spalle.

Con lui ci sono una trentina di uomini e il commissario politico Terzo Lori.

Per età ed esperienza, è Lori l’effettivo comandante sul campo. Già dall’11 aprile ha cercato di rallentare l’avanzata nemica facendo saltare un ponte, per poi disporre le squadre nei pressi della Croce di Biserno e lungo il crinale che domina Ridracoli.

Alle 9:30 comincia la battaglia.

Le armi leggere dei partigiani riescono inizialmente a contenere l’avanzata nemica, ma le munizioni non sono sufficienti.

Una staffetta viene inviata al comando per chiedere armi pesanti e rinforzi.

Ma il tempo sta finendo.

Le forze nazifasciste, aiutate secondo le ricostruzioni partigiane dalle indicazioni di una spia locale, riescono progressivamente ad accerchiare le posizioni dei ribelli.

Si continua a sparare.

Poi anche la mitragliatrice impugnata da Amos si inceppa.

«Lo ha già fatto! Lo ha già fatto la vigliacca!»

Gli incitamenti a resistere continuano fino agli ultimi metri, mentre la posizione diventa ormai impossibile da difendere.

Finalmente arriva il momento dello sganciamento.

I partigiani abbandonano le postazioni e cercano di raggiungere una nuova posizione, attraversando anche tratti di terreno completamente scoperti.

È lì che la mitraglia tedesca li raggiunge.

A mezzogiorno è tutto finito.

Non si sentono più spari né grida.

Sul terreno rimangono dodici partigiani.

Tra loro ci sono anche Amos Calderoni e Terzo Lori, caduti mentre cercano di coprire il ripiegamento dei compagni.

A entrambi verrà conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Ma a raccontare meglio di ogni decorazione ciò che accadde quel giorno rimane forse il messaggio inviato al comando poco prima dell’attacco:

«Resisteremo fino all’ultimo. Permetteremo a voi la ritirata, perché di qui i traditori non passeranno, finché un uomo sarà in grado di sparare.»

Amos aveva 19 anni.

Quel giorno a Biserno lui, Terzo e gli altri uomini della 12ª Compagnia rimasero indietro perché altri potessero andare avanti.

Foto 2: Amos Calderoni.
Foto 3: Terzo Lori.
Foto 4-5: i cippi sui luoghi della battaglia.
Foto 6: partigiani a Biserno.

Giuseppina Venturini è di Santa Sofia, ha 17 anni e gira con una Beretta Mod. 35.

È in montagna da alcune settimane e il suo nome di battaglia è “Nadia”.

È aggregata a un distaccamento partigiano autonomo, composto in prevalenza da russi e slavi e comandato da Sergej Sorokin, ufficiale dell’Armata Rossa conosciuto tra i partigiani con il nome di battaglia “Sergio”.

Nadia e Sergio combattono insieme. In mezzo alla guerra, ai rastrellamenti e alla vita sui monti nasce anche una storia d’amore.

Condividono amore e pallottole fino alla Liberazione.

Dalla loro relazione nasce anche un figlio, Lionik.

Nel 1945 decidono di trasferirsi insieme in Unione Sovietica. Ma prima della partenza a Sergio viene affidato un nuovo incarico: rintracciare i soldati sovietici presenti in Italia e collaborare al loro rimpatrio.

Nadia lo aspetta.

Ma Sergio non torna.

Passano i mesi, poi gli anni. Sembra essere sparito nel nulla.

Intanto Lionik cresce e attorno a Nadia cominciano anche le maldicenze.

Una ragazza così giovane, partita con i partigiani, vissuta insieme ai russi e diventata madre di un bambino avuto da un comandante sovietico che nessuno vede più.

C’è persino chi comincia a non credere alla sua storia.

Poi, circa vent’anni dopo, accade qualcosa che sembra impossibile.

Sergio riappare.

Torna in Romagna in occasione di una cerimonia dedicata alla Resistenza e finalmente ritrova Nadia.

I due scoprono che in tutti quegli anni avevano continuato a scriversi. Ma quelle lettere non erano mai arrivate a destinazione.

Sergio non aveva abbandonato Nadia e suo figlio.

Rientrato in Unione Sovietica, era finito vittima della repressione staliniana e deportato in Siberia.

Quando si incontrano di nuovo ci sono parole, ricordi e probabilmente domande rimaste sospese per vent’anni.

Ma ormai è passato troppo tempo.

Entrambi si sono sposati e hanno costruito un’altra vita.

Sergio torna in Unione Sovietica, dove continuerà la propria esistenza lavorando come contadino. Nadia rimane nella sua Santa Sofia.

Giuseppina Venturini si spegne nel luglio 2006, dopo una vita nella quale continuerà a impegnarsi per le donne e per la libertà degli oppressi.

Fino alla fine conserva anche lo spirito ribelle della ragazza di diciassette anni che era salita in montagna con una pistola.

Lo raccontano queste sue parole:

«Ai giovani d’oggi dico di prendere il moschetto e tornare alla macchia. Bisogna levare dalla circolazione tutti i terroristi e chi li comanda, per fare un’Italia più libera e più onesta.»

Parole nate dall’esperienza e dal linguaggio di una donna che aveva conosciuto direttamente la guerra partigiana e che non aveva mai smesso di pensare alla Resistenza come scelta di libertà e giustizia.

Ma forse la sua storia rimane soprattutto quella di due ragazzi che la guerra fece incontrare e la storia successiva divise.

Nadia e Sergio. Una Beretta e una stella rossa. Un figlio, lettere mai arrivate e vent’anni prima di potersi guardare di nuovo negli occhi.

Foto 4: Giuseppina Venturini “Nadia” con il fratello Alessandro Venturini.

30 marzo 1944. Un’autocorriera di linea viene bloccata poco prima dell’ingresso nell’abitato di Sant’Agata Feltria.

I viaggiatori vengono fatti scendere e al loro posto sale un distaccamento partigiano.

Il mezzo riparte e riesce ad arrivare inosservato fino alla piazza del paese. Alcuni abitanti e dei militi si avvicinano alla corriera, senza sapere chi si trovi a bordo.

Improvvisamente i garibaldini scendono con le armi puntate e immobilizzano i presenti.

Segue un breve scontro a fuoco, poi comincia l’irruzione nella caserma, mentre altri partigiani si distribuiscono nell’abitato e occupano le posizioni assegnate.

Nel bollettino della Brigata l’operazione verrà descritta come «condotta con maestria».

L’occupazione dura per tutta la giornata. Vengono distribuiti generi alimentari alla popolazione e requisiti beni appartenenti ai fascisti.

Verso sera i partigiani abbandonano Sant’Agata Feltria portando con sé nove prigionieri e si dirigono verso il comando alle Balze.

I catturati vengono tenuti sotto sorveglianza, ricevono la stessa razione di cibo dei partigiani e viene dato loro anche del tabacco.

L’intenzione iniziale è quella di utilizzarli per uno scambio di prigionieri.

Ma pochi giorni dopo la situazione precipita.

Comincia il grande rastrellamento dell’aprile 1944 e la Brigata Garibaldi Romagnola viene investita dall’offensiva nazifascista mentre si trova ancora impreparata ad affrontarla.

I tedeschi raggiungono anche l’infermeria partigiana di Capanne.

Il 9 aprile vengono uccisi due partigiani ancora convalescenti. Altri vengono costretti ad alzarsi e successivamente fucilati poco lontano.

Nello stesso giorno, a Fragheto, dopo uno scontro con il distaccamento partigiano guidato da Alberto Bardi “Falco”, reparti tedeschi e fascisti si accaniscono contro la popolazione civile.

È uno dei momenti più drammatici dell’intero rastrellamento.

La 9ª Compagnia, che ha il compito di sorvegliare i prigionieri catturati a Sant’Agata Feltria, raggiunge intanto il cimitero di Casanova dell’Alpe.

Qui arriva l’ordine di fucilarli.

Il bollettino partigiano motiverà così la decisione:

«Per rappresaglia alla barbara e inammissibile uccisione dei nostri ricoverati all’infermeria delle Capanne, e per la brutalità e sevizie usate contro la popolazione, vengono fucilati a Casanova dell’Alpe gli ostaggi di Sant’Agata Feltria e 4 tedeschi fatti prigionieri a Badia Prataglia.

Da notare che per i 9 ostaggi era stato domandato il cambio alle autorità, ma queste avevano risposto evasivamente.»

Tredici prigionieri vengono così uccisi per rappresaglia.

Nel giro di pochi giorni, l’azione di Sant’Agata Feltria, iniziata con un’autocorriera requisita e conclusa senza l’uccisione dei prigionieri, si trasforma in qualcosa di completamente diverso.

Il grande rastrellamento travolge uomini, strategie e progetti della Brigata. A Capanne vengono uccisi i partigiani feriti, a Fragheto vengono massacrati i civili e a Casanova dell’Alpe la risposta partigiana diventa una fucilazione di prigionieri.

Una pagina dura della Resistenza romagnola, che va raccontata interamente: senza cancellare i crimini nazifascisti, ma senza nascondere nemmeno le responsabilità e le violenze commesse dai partigiani.

Foto 2: Alberto Bardi “Falco”, al centro.
Foto 3: il cippo di Capanne.
Foto 4: le case incendiate a Fragheto.

Alessandro Venturini ha una stella rossa cucita sul cappello e un’arma requisita ai fascisti.

Dopo essere stato catturato in Jugoslavia e internato in Polonia, i tedeschi lo hanno riportato in Italia e rinchiuso a Verona. Da lì è riuscito a fuggire e a tornare in Romagna per unirsi ai partigiani.

Il suo nome di battaglia è “Jodice” e il gruppo nel quale combatte è composto in maggioranza da sovietici.

Un giorno, mentre è in perlustrazione nella zona del Falterona, vede un aereo volare bassissimo sopra Poggio Scali.

Improvvisamente due uomini si lanciano con il paracadute.

Venturini corre verso uno di loro:

«Ne raggiunsi uno che stava ancora arrotolando il paracadute. Appena mi vide fece una gran brutta faccia.

Io ero in abiti civili e armato di machine pistole. Lui alzò subito le mani, allora mi tolsi il berretto e gli mostrai la stella rossa cucita sopra.

Sorrise, si avvicinò e ci stringemmo la mano.»

Il primo incontro tra il partigiano romagnolo e l’aviatore americano comincia così: con le mani alzate, una stella rossa e infine una stretta di mano.

I due raggiungono poi il gruppo partigiano insieme all’altro aviatore.

Il loro aereo era stato colpito mentre sorvolava la Pianura Padana. I due si erano lanciati per alleggerire il velivolo e permettergli di superare la giogaia dell’Appennino.

Gli americani rimangono con i partigiani per più di due mesi.

Venturini ricorda:

«Uno era un tipo un po’ aristocratico, citava la Convenzione di Ginevra e non volle mai imbracciare le armi.

Quello che avevo trovato io lo chiamavamo Michele e si dichiarò disposto a collaborare.

Un giorno decidemmo di aiutarli a passare le linee attraverso il Passo della Calla. Furono lasciati in un casolare, in una zona abbandonata dai tedeschi.

Prima di partire, Michele mi regalò il suo giubbotto e a mia sorella Giuseppina diede il suo orologio.»

Per più di due mesi uomini arrivati da mondi completamente diversi si ritrovarono così a condividere lo stesso pezzo di montagna e la stessa guerra.

Un italiano fuggito dalla prigionia, partigiani sovietici e due aviatori americani abbattuti finirono insieme nei boschi dell’Appennino.

Non parlavano la stessa lingua e non indossavano la stessa divisa. Ma bastò una stella rossa cucita su un berretto per capire, quel giorno a Poggio Scali, che stavano dalla stessa parte.

Foto 4: Alessandro Venturini “Jodice”, il primo in alto a sinistra; “Michele”, il primo in basso a destra.

Marzo 1944. Ilario Tabarri, responsabile del Comando Militare Romagnolo, raggiunge le montagne e trova una situazione molto diversa da quella che vorrebbe.

Tabarri viene dal confino di Ventotene e dall’esperienza della Guerra di Spagna. Ha combattuto nelle Brigate Internazionali e ha un’idea precisa di come dovrebbe essere organizzata la lotta partigiana.

Sui monti trova invece circa 800 partigiani concentrati nella stessa zona. Il luogo in cui si trova il comando della Brigata Garibaldi Romagnola è conosciuto anche a diverse ore di cammino di distanza e, ai suoi occhi, la formazione assomiglia più a un esercito acquartierato in attesa che a una struttura organizzata per la guerriglia.

Comincia così una delle vicende più controverse della Resistenza romagnola.

Dopo discussioni, scontri e pesanti problemi interni, Tabarri prenderà il comando con il nome di battaglia “Pietro”, sostituendo il primo comandante Riccardo Fedel “Libero”.

Una frattura che non si ricomporrà facilmente.

La contrapposizione tra Libero e Pietro attraverserà infatti anche la memoria successiva della Resistenza locale, lasciando interpretazioni differenti che arrivano, in parte, fino a oggi.

C’è chi rimarrà fedele alla figura del primo comandante e chi, invece, considererà necessaria la nuova linea imposta da Pietro.

Quella di Tabarri è una linea più rigida, organizzata e strettamente legata alla struttura politica e militare del Partito comunista. Non mancheranno critiche e accuse rivolte anche all’interno della stessa formazione, mentre molte responsabilità per le difficoltà della Brigata verranno attribuite alla gestione precedente.

Poco dopo arriverà il grande rastrellamento dell’aprile 1944, che disperderà la formazione e metterà definitivamente in crisi la struttura costruita fino a quel momento.

Ma proprio da quella sconfitta nascerà qualcosa di nuovo.

La Brigata viene ricostruita secondo principi differenti: meno concentrazione di uomini, maggiore mobilità, guerriglia e suddivisione del territorio in zone, presidiate da battaglioni, distaccamenti e squadre.

Cambia anche il modo di entrare nella formazione.

Salire in montagna non basta più per essere considerati partigiani.

Chi vuole essere arruolato deve dimostrare di essere affidabile, avere delle referenze e, quando possibile, presentarsi già con un’arma. L’ingresso nella formazione viene regolato attraverso un sistema di arruolamento sempre più strutturato.

L’obiettivo è trasformare una massa di uomini raccolti sui monti in una formazione diffusa, mobile e organizzata per la guerra partigiana.

Da quella crisi, dalle divisioni e dalla successiva riorganizzazione prenderà forma nell’estate del 1944 l’8ª Brigata Garibaldi “Romagna”.

Una delle principali formazioni della Resistenza romagnola.

Ma dietro la sua nascita rimarrà una frattura mai completamente cancellata: quella tra Libero e Pietro, tra due uomini e due diverse idee di come combattere la stessa guerra.

Foto 3: Ilario Tabarri, secondo in alto da sinistra, durante la Guerra di Spagna.

12 agosto 1944. Il prete di Marzeno si avvicina a un gruppo di fascisti che beve e ridacchia al bar.

Stanno festeggiando perché hanno appena fucilato cinque persone al cimitero di Rivalta.

Il prete chiede se può andare a recuperare i quattro corpi. I fascisti lo guardano straniti:

«Non sono quattro. Sono cinque.»

Ma il prete insiste:

«Là ci sono solo quattro corpi.»

I fascisti perdono la testa. Tornano sul luogo della fucilazione e si accorgono che effettivamente uno dei cinque condannati non c’è più.

È una ragazza di appena 17 anni.

Si chiama Annunziata Verità, detta “Nunziatina”.

È incredibilmente sopravvissuta alla fucilazione. Riesce a nascondersi e, dopo essere sfuggita alla morte, raggiunge i partigiani della Banda Corbari.

Quando Silvio Corbari viene a sapere quello che è successo, va su tutte le furie e vorrebbe scendere verso Marzeno per vendicare immediatamente i fucilati.

È proprio Nunziatina a fermarlo. Gli dice che i fascisti sono ovunque, che la stanno cercando e che una simile azione sarebbe troppo pericolosa.

Da quel momento deve praticamente scomparire.

Grazie ai GAP di Faenza riesce a trovare rifugio e diventa staffetta partigiana con il nome di battaglia “Mallì”. Successivamente viene nascosta al sicuro in un collegio di suore a Forlì.

La guerra finisce, ma per Nunziatina la battaglia non è ancora conclusa.

Nel dopoguerra partecipa ai processi contro gli uomini accusati delle violenze e del tentativo di ucciderla. Ma tra assoluzioni, amnistie e riduzioni delle pene, molti di loro riescono a evitare conseguenze proporzionate a quanto accaduto.

Allora Nunziatina decide di fare una cosa diversa.

Li cerca.

Uno dopo l’altro.

Non per nascondersi più, ma per guardarli in faccia e affrontarli personalmente.

Ottant’anni dopo, gli uomini della Brigata Nera di Faenza protagonisti di quella stagione di violenza non ci sono più.

Nunziatina, invece, ha da poco compiuto cent’anni.

Ed è difficile non immaginarla ancora come quella ragazza ribelle di diciassette anni che, il 12 agosto 1944, visse due volte.

Quando la morte passò da Rivalta, arrivò fino a lei.

E decise di proseguire oltre.

Per l’8 marzo ricordiamo le donne che parteciparono alla Resistenza, troppo spesso raccontate come semplici ausiliarie degli uomini, anche in ambienti che si dichiarano di sinistra.

Noi vogliamo ribaltare questa narrazione limitata.

Le donne furono protagoniste della Resistenza e della lotta al fascismo, con compiti precisi, responsabilità e ampi margini di autonomia.

Facevano cose che gli uomini, in molte circostanze, non potevano fare. E non ci riferiamo certamente soltanto a cucinare o assistere i combattenti.

Le donne si infiltravano negli ambienti occupati dai tedeschi, raccoglievano informazioni, mantenevano collegamenti tra formazioni lontane, nascondevano ricercati, trasportavano documenti, armi e munizioni, percorrevano chilometri a piedi o in bicicletta attraversando posti di blocco e territori controllati dal nemico.

Già questo significa autonomia, responsabilità e capacità decisionale, non subordinazione.

Ma il pericolo al quale andavano incontro non era soltanto quello di essere arrestate, torturate o uccise.

C’era anche un’altra forma di violenza.

La violenza sessuale.

Una violenza subita anche da donne arrestate e interrogate dai fascisti e che molte non raccontarono mai. Alcune riuscirono a parlarne soltanto da anziane, a distanza di decenni.

Per alcune di loro era difficile persino trovare le parole per descrivere ciò che avevano subito. Una violenza rimasta a lungo nascosta anche dentro la memoria pubblica della Resistenza.

Intanto, mentre gli uomini erano al fronte, in carcere, sulle montagne o costretti alla clandestinità, nelle fabbriche e nei campi erano spesso le donne a mandare avanti il lavoro e le famiglie.

La guerra e la Resistenza finirono così per modificare anche il loro ruolo nella società.

Per molte, la lotta contro il fascismo diventò anche una lotta per la propria emancipazione: politica, sociale e personale.

C’è poi una differenza importante da ricordare.

Dopo l’8 settembre molti giovani uomini raggiunsero le formazioni partigiane anche per sottrarsi ai bandi di arruolamento della Repubblica Sociale Italiana. Per le donne quella costrizione non esisteva.

Quando una donna diventava staffetta, entrava in un GAP, collaborava con una brigata o decideva di impugnare un’arma, compiva quindi una scelta che non nasceva dalla necessità di evitare la leva.

Sceglieva di esserci.

E forse proprio per questo dovremmo smettere di raccontare le donne della Resistenza soltanto come figure che “aiutavano” i partigiani.

Erano partigiane.

Come ha osservato la ricercatrice Laura Antonelli, c’è una caratteristica che ritorna nelle loro testimonianze:

«Quando le donne raccontano di sé, non dicono mai “io ho fatto”, ma dicono “noi abbiamo fatto”.»

Ed è forse da quel “noi” che dovremmo ricominciare a raccontare la loro storia.

Ne abbiamo parlato nell’ultima puntata del podcast. Link in bio.

Ieri siamo andati a trovare Maria Tagliaferri, classe 1931, nella sua casa in campagna sul fiume Senio.

Quando siamo arrivati era fuori che caricava la legna su un carretto.

Ci ha invitato a entrare e ci ha offerto un caffè Borghetti. Due giri.

Poi si è seduta e ha cominciato a raccontare.

Per quasi due ore, sempre in dialetto, alternando ricordi, episodi drammatici e anche qualche risata, Maria ci ha riportato indietro di più di ottant’anni.

Ci ha raccontato di quando aveva appena 12 anni e portava da mangiare ai cugini disertori, nascosti sulle colline di Pieve Tho, oltre Brisighella.

Durante quei viaggi le capitava di incontrare un bel ragazzo, più grande di lei. Alto, biondo.

Si chiamava Silvio Corbari ed era diventato comandante di una formazione partigiana.

Maria ricorda anche il momento in cui seppe che i fascisti lo avevano catturato. Della sua morte venne a conoscenza leggendo la notizia sul giornale.

Ma i ricordi della guerra sono ovunque intorno alla sua casa.

Proprio lì dietro, dove Maria abita ormai da sessant’anni, i fascisti impiccarono nove giovani ai pali della luce, tutti in fila. Uno di loro, ci racconta, riuscì a salvarsi.

Poi ci sono le immagini della vita quotidiana.

La gente che non aveva più nulla. I tedeschi che portavano via tutto quello che trovavano. La cioccolata arrivata con gli americani.

E un aereo caduto sopra Fognano.

Maria ricorda ancora il rumore che faceva mentre precipitava.

Sembrava un urlo.

Sono ricordi rimasti lì per più di ottant’anni, raccontati senza retorica, tra una parola in dialetto, un sorriso e un bicchierino di Borghetti.

Alla fine le abbiamo detto che torneremo a trovarla.

Maria ci ha guardato e ha risposto:

«S’ai só ancor a e mond.»

«Se sono ancora al mondo.»

E noi speriamo proprio di sì.