Sant’Agata Feltria, i nove prigionieri e la rappresaglia di Casanova
30 marzo 1944. Un’autocorriera di linea viene bloccata poco prima dell’ingresso nell’abitato di Sant’Agata Feltria.
I viaggiatori vengono fatti scendere e al loro posto sale un distaccamento partigiano.
Il mezzo riparte e riesce ad arrivare inosservato fino alla piazza del paese. Alcuni abitanti e dei militi si avvicinano alla corriera, senza sapere chi si trovi a bordo.
Improvvisamente i garibaldini scendono con le armi puntate e immobilizzano i presenti.
Segue un breve scontro a fuoco, poi comincia l’irruzione nella caserma, mentre altri partigiani si distribuiscono nell’abitato e occupano le posizioni assegnate.
Nel bollettino della Brigata l’operazione verrà descritta come «condotta con maestria».
L’occupazione dura per tutta la giornata. Vengono distribuiti generi alimentari alla popolazione e requisiti beni appartenenti ai fascisti.
Verso sera i partigiani abbandonano Sant’Agata Feltria portando con sé nove prigionieri e si dirigono verso il comando alle Balze.
I catturati vengono tenuti sotto sorveglianza, ricevono la stessa razione di cibo dei partigiani e viene dato loro anche del tabacco.
L’intenzione iniziale è quella di utilizzarli per uno scambio di prigionieri.
Ma pochi giorni dopo la situazione precipita.
Comincia il grande rastrellamento dell’aprile 1944 e la Brigata Garibaldi Romagnola viene investita dall’offensiva nazifascista mentre si trova ancora impreparata ad affrontarla.
I tedeschi raggiungono anche l’infermeria partigiana di Capanne.
Il 9 aprile vengono uccisi due partigiani ancora convalescenti. Altri vengono costretti ad alzarsi e successivamente fucilati poco lontano.
Nello stesso giorno, a Fragheto, dopo uno scontro con il distaccamento partigiano guidato da Alberto Bardi “Falco”, reparti tedeschi e fascisti si accaniscono contro la popolazione civile.
È uno dei momenti più drammatici dell’intero rastrellamento.
La 9ª Compagnia, che ha il compito di sorvegliare i prigionieri catturati a Sant’Agata Feltria, raggiunge intanto il cimitero di Casanova dell’Alpe.
Qui arriva l’ordine di fucilarli.
Il bollettino partigiano motiverà così la decisione:
«Per rappresaglia alla barbara e inammissibile uccisione dei nostri ricoverati all’infermeria delle Capanne, e per la brutalità e sevizie usate contro la popolazione, vengono fucilati a Casanova dell’Alpe gli ostaggi di Sant’Agata Feltria e 4 tedeschi fatti prigionieri a Badia Prataglia.
Da notare che per i 9 ostaggi era stato domandato il cambio alle autorità, ma queste avevano risposto evasivamente.»
Tredici prigionieri vengono così uccisi per rappresaglia.
Nel giro di pochi giorni, l’azione di Sant’Agata Feltria, iniziata con un’autocorriera requisita e conclusa senza l’uccisione dei prigionieri, si trasforma in qualcosa di completamente diverso.
Il grande rastrellamento travolge uomini, strategie e progetti della Brigata. A Capanne vengono uccisi i partigiani feriti, a Fragheto vengono massacrati i civili e a Casanova dell’Alpe la risposta partigiana diventa una fucilazione di prigionieri.
Una pagina dura della Resistenza romagnola, che va raccontata interamente: senza cancellare i crimini nazifascisti, ma senza nascondere nemmeno le responsabilità e le violenze commesse dai partigiani.
Foto 2: Alberto Bardi “Falco”, al centro.
Foto 3: il cippo di Capanne.
Foto 4: le case incendiate a Fragheto.










