Il 25 agosto 1944 Natalina Vacchi si trova sul Ponte degli Allocchi di Ravenna, costretta ad assistere all’uccisione di altri antifascisti.

Il suo nome di battaglia è “La Bionda”, anche se tutti la chiamano semplicemente Lina.

È responsabile del servizio sanitario del Distaccamento “Terzo Lori”.

Accanto a lei c’è Umberto Ricci “Napoleone”, comandante del GAP volante di Ravenna.

Pochi giorni prima Lina aveva segnalato a Ricci il passaggio in motocicletta di Leonida Bedeschi “Cattiveria”, appartenente alla Brigata Nera. Napoleone lo aveva poi ucciso.

Catturati insieme ad altri compagni e sottoposti a violenti interrogatori, Natalina e Umberto vengono condannati a morte dai fascisti ravennati e portati sul ponte per l’esecuzione.

Li lasciano per ultimi.

Prima li costringono ad assistere alla morte degli altri antifascisti.

Poi per loro viene scelta l’impiccagione.

Natalina era arrivata alla Resistenza attraverso il PCI di Ravenna.

Operaia alla fabbrica Callegari, aveva contribuito a organizzare gli scioperi e il movimento clandestino tra le lavoratrici.

Ma la sua attività non si era fermata all’organizzazione politica.

Partecipò ad azioni di disarmo contro i nazifascisti e al recupero di armi e munizioni, fino ad assumere un ruolo di responsabilità all’interno del Distaccamento “Terzo Lori”.

Prima di morire pensò alla figlia.

Poi gridò:

«Viva l’Italia! Viva i partigiani!»

A Natalina Vacchi sarebbe stata assegnata la Medaglia di bronzo al valor militare.

Il Ponte degli Allocchi, teatro dell’eccidio, porta oggi il nome di Ponte dei Martiri.

Ma c’è un’immagine di quel 25 agosto che racconta forse più di ogni altra la brutalità di quella giornata.

Quando viene a sapere dell’uccisione della figlia, la madre di Lina corre al ponte per reclamarne il corpo.

I fascisti si rifiutano di consegnarglielo.

Il cadavere deve rimanere esposto, come ammonimento alla città.

La donna allora non se ne va.

Rimane sotto il corpo della figlia e lo sorregge.

Per tutto il giorno.

Lorenza Vacchi, figlia di Lina, che all’epoca aveva appena nove anni, avrebbe ricordato così quella scena:

«Mia nonna, poveretta, appena saputo della cosa è corsa sul posto, e non glielo hanno voluto dare subito, il corpo, così tutto il giorno lei è stata lì, con le gambe di mia mamma attaccate al petto, perché i fascisti il corpo lo lasciavano attaccato al palo, per dimostrazione, e mia nonna è stata lì tutto il giorno.

Non si è mai mossa.»

Dopo la guerra 15 fascisti furono processati per la strage.

Due condanne a morte vennero eseguite. Gli altri condannati tornarono liberi negli anni successivi.

Il ponte oggi ha un altro nome.

Ma forse la memoria di quel luogo è tutta racchiusa nell’immagine di una madre che, davanti alla violenza trasformata in spettacolo e ammonimento, si rifiuta di abbandonare sua figlia.

Rimane lì.

Con le gambe di Lina strette al petto.

Per tutto il giorno.

Non si è mai mossa.

Nell’estate di 90 anni fa esplodeva la Guerra civile spagnola.

Da una parte il colpo di Stato militare guidato da Francisco Franco contro la Repubblica; dall’altra un fronte composito di repubblicani, socialisti, comunisti e anarchici che cercò di fermare l’avanzata delle forze nazionaliste sostenute anche dall’Italia fascista e dalla Germania nazista.

La Spagna rappresentò un’esperienza straordinaria anche perché, in alcune zone, la guerra contro il fascismo si accompagnò al tentativo di costruire concretamente un’alternativa rivoluzionaria e libertaria.

Donne, uomini, contadini e operai provarono a rendere reale quella che fino a quel momento era sembrata un’utopia.

E da tutta Europa arrivarono volontari disposti a combattere.

Gli italiani che raggiunsero la Spagna e si unirono alle formazioni antifasciste furono oltre 4.000. Circa 400 provenivano dall’Emilia-Romagna: 55 dai territori di Forlì, Cesena e Rimini e 29 dal Ravennate.

Per alcuni di loro quella non sarebbe stata l’ultima guerra contro il fascismo.

Tra i volontari di Spagna troviamo infatti uomini che pochi anni dopo avrebbero ricoperto ruoli importanti nella Resistenza romagnola.

C’era Ilario Tabarri “Pietro”, futuro comandante dell’8ª Brigata Garibaldi “Romagna”.

C’era Guglielmo Marconi, che avrebbe comandato la II Zona partigiana.

E c’era Berto Alberti “Battaglia”, futuro vicecomandante, che ricordò così l’esperienza spagnola:

«Noi abbiamo combattuto in tutti i fronti di Spagna, sollevando la bandiera d’Italia che fu infangata ed insozzata dal fascismo, come nella battaglia di Guadalajara, quando furono seccamente sconfitte tutte e 4 le divisioni mandate da Mussolini.

Ci guidava la fede nella libertà e la coscienza che quella battaglia doveva essere vinta, perché era la prima volta che, armi alla mano, affrontavamo coloro che avevano impedito al popolo italiano di decidere del proprio avvenire.»

La battaglia di Guadalajara del marzo 1937 assunse un valore simbolico enorme per gli antifascisti italiani: volontari italiani combatterono contro le truppe inviate in Spagna da Mussolini e contribuirono alla loro sconfitta.

La guerra, però, sarebbe terminata nel 1939 con la vittoria di Franco e la sconfitta della Repubblica.

Per molti antifascisti italiani la Spagna non rappresentò comunque la fine di una storia.

Fu, al contrario, la palestra della futura Resistenza.

Lì si formarono uomini che portarono poi in Italia esperienza militare, capacità organizzativa e una rete di rapporti costruita combattendo fianco a fianco con antifascisti provenienti da altri Paesi.

E soprattutto si rafforzò una convinzione: la lotta contro il fascismo non poteva fermarsi ai confini di una nazione.

Quello spirito sarebbe stato riassunto in una frase destinata a diventare uno dei simboli dell’antifascismo internazionale:

«Oggi in Spagna, domani in Italia.»

La Spagna fu perduta.

Ma molti di quelli che erano sopravvissuti tornarono a combattere.

E pochi anni dopo quella battaglia sarebbe arrivata anche in Italia.

Foto 2: Ilario Tabarri con il basco.
Foto 3: Ilario Tabarri a Meldola; dietro al giovane Gino Larice, Berto Alberti “Battaglia”.
Foto 4: Guglielmo Marconi.
Foto 5: Ilario Tabarri, secondo in alto a sinistra, durante l’esperienza in Spagna.

Il 18 agosto 1944 i corpi di Silvio Corbari, Iris Versari, Adriano Casadei e Arturo Spazzoli, nelle foto, furono appesi ai lampioni di Piazza Saffi a Forlì.

Dietro la cattura e la morte dei quattro partigiani ci fu anche una rete di tradimenti, infiltrazioni e collaborazioni che nel dopoguerra sarebbe finita al centro di procedimenti giudiziari.

Tra i nomi indicati nelle ricostruzioni giudiziarie compaiono Teseo Laghi, Antonio Benenati, Gianfranco Rossi e Cleade Rusticali.

Erano tutti italiani.

Teseo Laghi era un membro della GNR di Castrocaro. Si era aggregato alla Banda Corbari come infiltrato ed era stato presente a Ca’ Cornio, il luogo in cui il gruppo sarebbe stato catturato, pochi giorni prima dell’attacco.

Anche Gianfranco Rossi e Antonio Benenati si erano aggregati alla banda come infiltrati e avevano sottratto armi da Ca’ Cornio.

Rossi, in particolare, risultò presente anche durante l’attacco alla casa e la cattura dei partigiani.

Nel dopoguerra arrivarono le condanne.

Laghi venne condannato a 24 anni di reclusione, mentre Cleade Rusticali, madre di Rossi, ricevette una condanna a 20 anni.

Rossi e Benenati furono condannati a 18 anni, con una pena inferiore anche in considerazione della loro giovane età.

Le condanne erano legate al collaborazionismo.

Ma nessuno di loro avrebbe scontato integralmente quelle pene.

Intervenne l’amnistia.

Per Rossi, Benenati e Rusticali, che risultavano latitanti, vennero inoltre revocati i mandati di cattura.

La figura di Gianfranco Rossi, giovanissimo all’epoca dei fatti, emerge in maniera particolarmente dura dalle testimonianze raccolte nel dopoguerra: diversi testimoni lo descrissero come un traditore per indole.

Successivamente avrebbe seguito in Valle d’Aosta i fascisti del Battaglione IX Settembre, formazione coinvolta nell’attacco di Ca’ Cornio, partecipando secondo le ricostruzioni processuali ad altri episodi analoghi.

In seguito le sue tracce si perdono. Secondo alcune testimonianze sarebbe diventato cittadino francese, ma sulla sua vita successiva rimangono diverse incertezze.

Anche di Cleade Rusticali si hanno poche notizie certe. Nel dopoguerra un ex componente della Banda Corbari raccontò di averla vista a Napoli, ma anche in questo caso le informazioni successive sono frammentarie.

I processi riguardarono anche ciò che accadde dopo la morte dei quattro partigiani.

Giuseppe Medri, milite della GNR, venne condannato per vilipendio di cadavere per aver passato la corda attorno ai corpi dei partigiani destinati a essere appesi in piazza.

Il reato venne estinto per amnistia.

Analoga sorte per Edgardo Rosetti, appartenente alle Brigate Nere, accusato di aver tirato le corde utilizzate per l’esposizione dei cadaveri.

Anche in questo caso il reato venne estinto dall’amnistia.

Il 18 agosto 1944 i fascisti vollero trasformare quei quattro corpi appesi nel centro di Forlì in un avvertimento rivolto all’intera città.

Il dopoguerra provò ad attribuire nomi e responsabilità a chi aveva tradito, collaborato e partecipato a quella vicenda.

Arrivarono processi e condanne.

Poi arrivò l’amnistia.

E per alcuni dei protagonisti di quella storia, insieme alla libertà, arrivò anche la possibilità di scomparire quasi completamente dalle pagine successive.

Il 5 gennaio 1941 Sirio Sintoni viene chiamato alle armi.

Da Forlì lo mandano prima in Grecia, poi in Russia.

Partecipa alla drammatica ritirata dal Don e conosce sulla propria pelle una guerra lontanissima dalla retorica con cui il fascismo l’aveva raccontata agli italiani.

Nella steppa, con temperature che raggiungono i 35 gradi sotto zero, vede l’arroganza dell’alleato tedesco e, dall’altra parte, la solidarietà dei civili russi.

Persone che, pur trovandosi davanti i soldati di un esercito invasore, arrivano a soccorrere gli italiani stremati dal freddo, cercando di scaldarli persino con qualche cucchiaio d’acqua calda.

Sirio è uno dei sopravvissuti.

E proprio durante quella terribile esperienza comprende fino in fondo il grande inganno della guerra fascista.

Decide che, se riuscirà a tornare, si opporrà al fascismo.

Rientrato in Italia mantiene quella promessa e si unisce ai partigiani della 5ª Brigata Garibaldi di Pesaro, venendo assegnato al Distaccamento “Picelli”.

A Pietralunga la formazione raggiunge gli Alleati con l’intenzione di continuare insieme la guerra contro tedeschi e fascisti. La brigata viene però disarmata e trasferita in Toscana.

Sirio e un altro forlivese, il compagno Bosi, lasciano Assisi a bordo di una jeep americana diretta verso Firenze.

Quando arrivano è già notte.

La polizia militare li ferma perché non hanno il permesso di circolazione. Finiscono davanti a un tribunale militare e vengono condannati a pagare 100 lire.

C’è solo un problema: non hanno una lira.

Così scontano 30 giorni di carcere.

Una volta liberi, le loro strade si dividono.

Bosi trova lavoro come pasticcere in un albergo. Sirio, invece, non ha ancora finito di combattere.

Si arruola come esploratore in un reparto canadese diretto verso il Passo della Futa.

Il 10 novembre 1944 si trova a bordo di un blindato alleato quando gli arriva una notizia che aspetta da anni:

Forlì è libera.

Sirio urla di gioia.

Poi guarda i tre soldati indiani seduti davanti a lui.

Si toglie l’elmetto e la pistola lanciarazzi, accende una sigaretta e chiede il permesso di allontanarsi per un “bisogno urgente”.

Scende lungo un sentiero.

E si dilegua nel bosco.

È notte fonda.

Da quel momento comincia il suo viaggio verso casa.

Impiega tre giorni a piedi, passando attraverso Marradi, Rocca San Casciano e Predappio, prima di riuscire finalmente a raggiungere Forlì.

Ha appena 23 anni.

La sua casa è distrutta, ma la sua famiglia è viva, sfollata a Magliano. Suo padre porta sul corpo le conseguenze della guerra: ha perso un occhio e un braccio.

Sirio deve ricominciare.

Rimette in piedi la propria vita, scrive un libro sulla terribile esperienza vissuta in Russia e torna anche a una vecchia passione: collezionare francobolli.

Ma soprattutto rimane uno di quegli uomini che il fascismo e la sua guerra li avevano conosciuti davvero.

Non attraverso i discorsi, le adunate o la propaganda.

Li aveva conosciuti a 35 gradi sotto zero, nella steppa russa.

Era partito soldato di un regime.

Era tornato antifascista.

E mentre ancora oggi c’è chi si lascia sedurre da promesse facili, propaganda e menzogne, storie come quella di Sirio Sintoni ricordano quanto possa costare accorgersi troppo tardi di essere stati ingannati.

Renato Medri e Primo Targhini hanno circa vent’anni e vivono a Gattolino, nella “bassa” cesenate.

Chiamati alle armi, scelgono di disertare e unirsi ai partigiani della zona, entrando nella Brigata Mazzini, formazione di ispirazione repubblicana attiva nel Cesenate.

Nella primavera del 1944 i fascisti locali intensificano i rastrellamenti nella zona del cosiddetto “ferro di cavallo”, cercando di individuare e spezzare la presenza antifascista sul territorio.

Renato e Primo riescono a nascondersi per mesi.

Ma il 13 agosto 1944 vengono scoperti in un rifugio di campagna.

Con loro ci sono alcune armi.

I due giovani vengono immediatamente catturati e legati con le mani dietro la schiena.

I fascisti decidono di non portarli via.

Li conducono davanti a un campo dove si estende una vigna e li fucilano sul posto.

Hanno circa vent’anni.

Poco più di due mesi dopo, Cesena sarebbe stata liberata e molti degli uomini compromessi con il fascismo repubblicano avrebbero cercato la fuga verso nord.

Attorno alla cattura di Renato e Primo rimane ancora oggi una storia mai definitivamente chiarita.

A Gattolino si è tramandato nel tempo il sospetto che a indicare il loro nascondiglio fosse stato il parroco del paese, don Pietro Burchi.

Già allora i sospetti caddero su di lui.

Il sacerdote venne prelevato e condotto a Pieve di Rivoschio, sede del comando partigiano, per essere interrogato.

Fu successivamente rilasciato senza subire violenze, come avrebbe raccontato lui stesso.

Non emersero però elementi sufficienti a dimostrare il suo coinvolgimento e l’accusa rimase nel tempo una voce e un sospetto della memoria locale.

Renato Medri e Primo Targhini, invece, non tornarono più.

Nel luogo in cui vennero uccisi sorge ancora oggi un cippo dedicato ai due giovani partigiani.

Sulla pietra sono incise parole che trasformano quel piccolo pezzo di campagna in un messaggio rivolto a chi sarebbe venuto dopo:

«Non sono morti, vivi nel nostro cuore guidano la marcia di tutto un popolo sulle vie dell’avvenire, verso un mondo più giusto e più bello.»

Una vigna, due ragazzi di vent’anni e un cippo rimasto a indicare il punto in cui furono uccisi.

Renato e Primo non arrivarono a vedere quel mondo più giusto e più bello.

Lasciarono a chi venne dopo il compito di continuare a cercarlo.

Nell’estate del 1944 i tedeschi che occupavano la Romagna prepararono un piano per deportare in Germania il maggior numero possibile di operai e trasferire insieme a loro i macchinari delle fabbriche più importanti.

A Forlì, però, gli operai furono messi in allarme dai comitati clandestini e riuscirono a smontare e occultare gran parte dei materiali indispensabili alla produzione.

Quando i tedeschi si presentarono alla fabbrica Mangelli per mettere in atto il loro piano, trovarono lo stabilimento deserto.

Quello che poteva essere smontato e nascosto era già sparito.

Le macchine che non era stato possibile portare via erano state rese inutilizzabili: imbullonate al terreno, sabotate e con le tubature intasate di viscosa.

La Resistenza nelle fabbriche non si combatteva soltanto con le armi.

Si combatteva anche impedendo all’occupante di portarsi via uomini, macchinari e futuro.

Negli stessi giorni, la lotta contro le deportazioni coinvolse direttamente anche i partigiani.

Nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1944 una squadra di gappisti entrò nelle autorimesse della SITA e sabotò le corriere che, il mattino successivo, avrebbero dovuto essere utilizzate per deportare decine di antifascisti rastrellati.

Per rendere ancora più difficile la partenza dei mezzi, il piazzale antistante venne disseminato di chiodi a tre punte.

Era un’altra faccia della stessa Resistenza.

Sui monti si combatteva con i fucili.
Nelle città si sabotavano mezzi e comunicazioni.
Nelle fabbriche si nascondevano gli strumenti di lavoro.

E tutto questo avrebbe avuto un valore enorme anche quando la guerra sarebbe finalmente finita.

Dopo la Liberazione di Forlì, i componenti e i macchinari salvati dagli operai e nascosti nei magazzini di campagna poterono essere recuperati.

In una città devastata dalla guerra, quel materiale diventò una delle fondamenta della ripresa industriale.

Gli operai non avevano soltanto impedito ai tedeschi di portarsi via le fabbriche.

Avevano salvato gli strumenti con cui ricostruire il proprio futuro.

E mentre tra le macerie si raccoglievano i resti di una guerra che, secondo la propaganda fascista, avrebbe dovuto trasformare l’Italia in un impero, nei magazzini e nelle campagne erano già nascosti i pezzi con cui ricominciare.

La sera del 25 luglio 1943 la radio annuncia che Benito Mussolini è caduto ed è stato arrestato.

A Rimini, come in tante altre città italiane, la notizia corre velocemente di casa in casa.

Il partigiano riminese Silvano Lisi “Bardan” ricordava così quelle ore:

«La sera del 25 luglio la radio dette la notizia che Mussolini era caduto e arrestato. Subito scoppiò una frenetica curiosità di notizie da ricercarsi fra i vicini, poi l’euforia generale.

Qualcuno cominciò a far saltare i tappi di alcune bottiglie e sembrava che anche la guerra stesse per finire.

Poveri fessi quelli che ci credevano!

Il giorno seguente una gran folla si riunì nelle piazze di Rimini, poi a Marina, verso il porto. Non avevo mai visto tanta gente insieme.

Si formarono dei cortei che si diressero ovunque senza una meta, bastava muoversi liberamente.

Molti se la presero con qualche noto fascistone. Platania venne preso a ceffoni. Erano comparsi in giro a mo’ di affronto. Prese delle botte anche quell’esaltato di Becilli.»

Dopo oltre vent’anni di dittatura, per molti la sensazione più incredibile era semplicemente quella: potersi muovere liberamente.

La guerra, però, continuava. E soprattutto il 25 luglio non aveva significato la fine del sistema monarchico che aveva accompagnato l’ascesa e il consolidamento del fascismo.

Bardan prosegue:

«Venimmo incanalati in una scia che si dirigeva verso il porto, incuranti dell’ordine che vietava gli assembramenti superiori alle cinque persone.

La gioia era incontenibile, non so spiegarla.

Tutti volevano farla finita con la guerra, il fascismo, gli occupanti tedeschi e tutto il resto.

Io e i miei amici portavamo un garofano rosso all’occhiello. Quando passarono delle pattuglie di marinai ce lo strapparono.

Certo, Mussolini era caduto, ma non il Re. Socialisti, comunisti o repubblicani non erano ben visti da lui.

Alla riunione ci avevano già avvertito: “Guardate che il Re rimane un nemico”.»

La festa, quindi, dura poco.

Chi aveva trascorso gli anni precedenti nell’antifascismo clandestino comprende rapidamente che la caduta di Mussolini non coincide con la fine della lotta.

Il giorno successivo Bardan partecipa a una riunione clandestina in una bottega da falegname di via Ducale:

«Tutti erano antifascisti, gente di sinistra e simpatizzanti di un cambiamento politico radicale.

Si disse che l’atmosfera si stava facendo rovente, il fascismo era caduto ma altro, e forse ben più drammatico, si stava preparando.

Si doveva collaborare ancora più intensamente con i partiti clandestini.»

A separarli dall’8 settembre e dall’occupazione tedesca c’era poco più di un mese.

Quella che il 25 luglio era sembrata a molti la fine della guerra sarebbe diventata l’inizio di una fase ancora più dura.

E alcuni di quei ragazzi che quel giorno camminavano per Rimini con un garofano rosso all’occhiello sarebbero presto entrati nella Resistenza.

Mussolini era caduto.

La guerra no.
E nemmeno la lotta.

Testimonianza di Silvano Lisi “Bardan”, partigiano riminese.

«Non un solo chicco di grano all’invasore e agli ammassi dei loro servi!»

Così iniziava un volantino diffuso in Romagna il 10 giugno 1944, quando impedire ai tedeschi e ai fascisti di impadronirsi del raccolto era diventato un altro fronte della Resistenza.

«Non dobbiamo sfamare i tedeschi, ma distruggerli! Preparatevi a combattere per il pane della Patria. Il popolo romagnolo sarà al vostro fianco.»

Il grano era una risorsa fondamentale.

Controllarlo significava avere pane, alimentare uomini e animali, sostenere l’esercito occupante. Per questo la lotta contro requisizioni e ammassi diventò anche una battaglia politica e sociale nelle campagne.

I partigiani della 29ª Brigata GAP “Gastone Sozzi” si mobilitarono a sostegno dei contadini e dei braccianti, invitandoli innanzitutto a ritardare il più possibile la trebbiatura.

L’obiettivo era impedire che il raccolto potesse essere requisito e utilizzato dalle forze nazifasciste.

Il comando della Brigata impartì anche precise indicazioni sulle trebbiatrici:

«È indispensabile rendere inutilizzabili dette trebbiatrici senza dover ricorrere alla loro totale distruzione. Consegnare al Comando della 29ª Brigata alcuni pezzi insostituibili per assicurare che la vostra macchina non potrà essere usata dai nostri nemici.»

Non si trattava quindi necessariamente di distruggere i macchinari dei contadini, ma di sottrarre temporaneamente i componenti indispensabili al loro funzionamento, rendendoli inutilizzabili per le requisizioni.

Nel frattempo le autorità locali fissarono per il 10 luglio l’inizio della trebbiatura, accompagnando l’ordine con minacce nei confronti dei lavoratori agricoli che si fossero rifiutati di collaborare.

Ma gli antifascisti si erano già organizzati.

Nella notte precedente alcuni gappisti attaccarono macchinari sorvegliati dai militi, incendiandoli con bottiglie incendiarie.

La risposta tedesca arrivò immediatamente.

Il giorno successivo comparve un manifesto rivolto direttamente alla popolazione:

«Fame, fame, fame ti portano i sabotatori impedendo il raccolto! Della fame ti rendi tu stesso colpevole se non fai di tutto per assicurare il raccolto. Sei un mascalzone come lo sono i ribelli, se presti aiuto a loro sarai punito come loro!»

Era una minaccia esplicita.

E non sarebbe rimasta soltanto sulla carta.

Il 26 luglio 1944, a Pievequinta, la repressione nazifascista avrebbe colpito duramente la popolazione con un eccidio che si inseriva nel clima di violenza e intimidazione di quelle settimane.

Ma nemmeno le minacce riuscirono a spezzare la protesta.

Lo sciopero dei braccianti fu totale.

La battaglia del grano mostrò così un aspetto fondamentale della Resistenza romagnola che troppo spesso rimane sullo sfondo.

La guerra partigiana non si combatteva soltanto sui monti con fucili e mitragliatrici.

Si combatteva nelle fabbriche attraverso gli scioperi.

Si combatteva nelle città attraverso i GAP e le SAP.

E si combatteva nelle campagne, difendendo il raccolto e rifiutandosi di lavorare per l’occupante e per il fascismo repubblicano.

Partigiani, operai, braccianti e contadini erano parti diverse di una stessa lotta.

E nell’estate del 1944 anche un chicco di grano poteva diventare Resistenza.

Bruno Neri è un giovane calciatore di Faenza, la città dove vive e dove comincia a giocare da titolare nella squadra locale.

È bravo. Talmente bravo che nel 1929 viene acquistato dalla Fiorentina. Nel 1936 passa alla Lucchese e successivamente al Torino.

Nella sua carriera arriva anche a indossare per tre volte la maglia della Nazionale italiana.

La sua vita prosegue tra calcio e lavoro fino all’entrata in guerra dell’Italia, quando viene richiamato alle armi.

Ma dopo l’8 settembre 1943 Neri abbandona la divisa, torna a Faenza e sceglie la Resistenza.

Comincia a collaborare con il cugino Virgilio Neri e con gli ambienti dell’O.R.I. – Organizzazione Resistenza Italiana, partecipando alla delicata rete di collegamento tra partigiani e Alleati.

Nella primavera del 1944 prende forma l’idea di costituire una nuova formazione partigiana nella zona compresa tra quella di attività della Banda Corbari e quella della 36ª Brigata Garibaldi “Bianconcini”.

Il nuovo gruppo dovrà chiamarsi Battaglione Ravenna.

A guidarlo vengono indicati Vittorio Bellenghi “Nico”, anche lui sportivo, e lo stesso Bruno Neri, vicecomandante con il nome di battaglia “Berni”.

Il 10 luglio 1944, ricevuta notizia di un aviolancio nella zona del Monte Lavane, Neri e Bellenghi decidono di effettuare una ricognizione.

Arrivati nei pressi dell’eremo di Gamogna, vengono intercettati dai tedeschi.

Ne nasce uno scontro a fuoco.

Bruno Neri e Vittorio Bellenghi vengono uccisi.

Privati dei loro comandanti, gli uomini del Battaglione Ravenna confluiranno successivamente nella 36ª Brigata “Bianconcini”, guidati da Ivo Mazzanti.

Ma Bruno Neri sarebbe entrato nella storia anche per qualcosa accaduto molti anni prima della sua morte.

13 settembre 1931.

A Firenze si inaugura il nuovo stadio e circa 12.000 spettatori attendono l’inizio della partita tra la Fiorentina e una squadra viennese.

Prima del calcio d’inizio è previsto il consueto saluto alle autorità presenti.

Davanti ai gerarchi fascisti, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro.

Uno soltanto rimane immobile.

È Bruno Neri.

Le braccia restano lungo i fianchi.

Lo sguardo davanti a sé.

Nessun saluto romano.

Qualcuno immortala quel momento in una fotografia destinata a diventare una delle immagini più conosciute del rapporto tra sport e antifascismo italiano.

Anni dopo, quel calciatore che aveva tenuto le braccia lungo i fianchi avrebbe scelto di combattere il fascismo anche con un’arma e un nome di battaglia.

Berni.

Morì sui monti sopra la sua Romagna il 10 luglio 1944.

Aveva 33 anni.

Oggi lo stadio comunale di Faenza porta il suo nome.

Ma forse il monumento più potente rimane ancora quella fotografia.

Tutti con il braccio alzato.
Uno solo con le braccia lungo i fianchi.

Olindo Guardigli ha 37 anni e lavora come elettricista a Forlì.

Un pomeriggio di settembre viene raggiunto sul posto di lavoro da un parente che lo mette immediatamente in allarme: i fascisti sono andati a casa sua e lo stanno cercando.

Olindo non si scompone.

È già in contatto con la Resistenza e sa cosa fare e, soprattutto, dove andare.

Raggiunge così Val della Chiara, dove un piccolo nucleo di ribelli sta dando vita a quella che diventerà la Brigata Garibaldi Romagnola.

Sono appena una decina di uomini, male armati e con pochissimi mezzi. Ma hanno già le idee piuttosto chiare su come combattere i fascisti.

Da quel momento Olindo assume il delicato compito di collegamento con il comando e partecipa a diverse azioni armate.

Per il suo atteggiamento e le sue capacità diventa presto il “comandante Leo”, alla guida di un distaccamento nel quale milita anche un giovane studente destinato a diventare uno dei protagonisti della storia sindacale italiana: Luciano Lama.

Dal 2 giugno 1944 Olindo scende in pianura e prosegue la lotta come caposquadra di una formazione SAP.

Le operazioni sono quelle caratteristiche della Resistenza sapista: sabotaggi, azioni contro mezzi e depositi nazifascisti, sostegno alle formazioni combattenti e alla rete clandestina.

Continua così fino al 9 novembre 1944, quando partecipa alla Liberazione di Forlì.

Ma la storia più curiosa di Olindo deve ancora arrivare.

Siamo nel 1946.

Il Partito Comunista vince le prime elezioni amministrative del dopoguerra a Forlì e il comandante Leo decide di festeggiare a modo suo.

Olindo Guardigli si arrampica sul campanile di San Mercuriale.

Sale fino alla croce che domina Piazza Saffi e da lassù srotola un’enorme bandiera rossa.

Qualcuno, evidentemente preoccupato dall’iniziativa, gli suggerisce che forse sarebbe opportuno toglierla.

La risposta di Olindo è disarmante:

«Cosa c’è di sbagliato, abbiamo vinto noi o no? La toglierò tra due giorni, per ora resterà lassù a sventolare.»

E così fece.

Il terzo giorno torna in Piazza Saffi.

Munito soltanto di una cintura di sicurezza, scala nuovamente la guglia di San Mercuriale, raggiunge la bandiera e la rimuove.

Poi scende con una facilità tale da lasciare a bocca aperta le persone che, con il naso all’insù, stanno seguendo l’impresa dalla piazza.

Quando rimette piede a terra lo accolgono gli applausi.

Non sappiamo se qualcuno abbia mai fotografato quella scena.

Un enorme drappo rosso che sventola dalla croce di San Mercuriale, sopra la Forlì del 1946, sarebbe un’immagine difficile da dimenticare.

Se quella fotografia esiste ancora da qualche parte, magari dimenticata dentro un cassetto o un vecchio album di famiglia, sarebbe bellissimo riuscire a ritrovarla.