Ovidio Gardini nasce a Faenza, ma vive a Forlì.

Fin da giovanissimo, negli anni Trenta, fa parte di un gruppetto di amici che si ritrova sotto le finestre delle ragazze per cantare.

Una delle canzoni che intonano più spesso è “Torna caro Ideal”. Ma dietro quelle parole romantiche si nasconde anche qualcos’altro.

Come racconterà lo stesso Gardini:

“Non era solo l’amore a essere invocato ma, in cuor nostro, come beffa per i fascisti, la libertà.”

Gardini trova lavoro come ferroviere, finché non viene arruolato e mandato a combattere in Jugoslavia.

Con l’8 settembre 1943 e l’annuncio dell’armistizio tutto cambia.

Entra in clandestinità ed è tra gli italiani che scelgono di non arrendersi ai tedeschi e di organizzare la Resistenza direttamente in territorio jugoslavo, unendosi alle formazioni partigiane locali.

Gardini opera nel Battaglione “Matteotti” della Brigata Garibaldina d’Assalto “Italia”.

E lo fa combattendo, ma anche cantando.

Canta con gli altri italiani e con i compagni jugoslavi, trasformando quelle canzoni in un altro modo per riconoscersi e sentirsi parte della stessa lotta.

Al suo ritorno racconterà:

“Noi partigiani abbiamo sempre creduto e ci siamo sempre battuti per, cosa importa quanto, utopiche prospettive.

Noi siamo qui, sempre e ancora pronti. Pronti ad andare a cantare insieme, finché avremo voce.

E quando non avremo più né voce né fiato canteremo col cuore.”

Ovidio Gardini sarà riconosciuto e decorato come partigiano combattente per la Resistenza in Jugoslavia.

La sua è una storia dentro una storia molto più grande e ancora poco raccontata: quella degli italiani che combatterono il nazifascismo fuori dai confini nazionali.

Furono decine di migliaia gli italiani che, dopo l’8 settembre, si trovarono all’estero e scelsero in forme diverse di opporsi ai tedeschi e di unirsi alle Resistenze locali.

Uomini provenienti da paesi differenti, che fino a poco tempo prima la guerra aveva voluto nemici, finirono così per combattere insieme contro il fascismo e il nazismo.

Fratelli e compagni di una lotta comune.

Ovidio Gardini lo fece con un’arma in mano, ma senza abbandonare ciò che aveva accompagnato la sua giovinezza nelle strade di Forlì.

Continuò a cantare. Prima con la voce, poi con il cuore.

Una grande nevicata investe Tredozio e tutti i monti circostanti.

L’ex sergente dell’esercito Nello Bandini, insieme a due giovani di Brisighella, sta arrancando nella bufera.

Sono partiti da casa diretti verso il Falterona con l’intenzione di raggiungere e arruolarsi nelle formazioni partigiane, ma nella neve hanno perso completamente l’orientamento.

A un certo punto riescono a scorgere una chiesa sulla cima di un monte.

Si avvicinano e chiedono di poter entrare.

Ad accoglierli trovano un uomo alto, dalla voce grossa. È don Luigi Lombardi, parroco di Santa Maria in Castello, che li fa entrare e permette loro di asciugarsi e scaldarsi davanti al camino.

I tre raccontano al sacerdote dove sono diretti.

Don Luigi allora gli rivela qualcosa che cambia completamente il loro viaggio: non è necessario raggiungere il Falterona per trovare i partigiani. Ce ne sono anche lì vicino, nella zona di Fabbriche.

Viste le condizioni meteorologiche, i tre decidono di cambiare programma e cercare quella formazione.

Si ributtano nella tempesta.

Camminano per un paio d’ore nella neve finché, esausti, si accorgono di essere tornati esattamente al punto di partenza.

Solo il giorno successivo riescono finalmente a raggiungere Fabbriche.

Chiedono informazioni sui partigiani e vengono indirizzati verso un podere chiamato Tramonte, appartenente alla famiglia Versari.

Questa volta li trovano davvero.

È ancora un piccolo gruppo, composto da alcuni giovani delle località vicine e da alcuni slavi. Tra loro c’è anche la figlia del proprietario del podere: Iris Versari.

I tre giovani di Brisighella vengono interrogati e infine accettati nella banda.

Poco tempo dopo arriverà anche un gruppo proveniente dalla zona del Samoggia.

E ogni tanto, a Tramonte, compare anche un giovane di Faenza.

Si chiama Silvio Corbari.

Quel piccolo gruppo disperso tra i poderi delle colline romagnole sarebbe diventato una delle formazioni più conosciute della Resistenza locale: la Banda Corbari.

Per Nello Bandini, però, la storia sarà brevissima.

Il 27 gennaio 1944 viene catturato dai tedeschi a Molinetto di Tredozio. Trasferito prima nelle carceri di Bologna e successivamente a Verona, verrà fucilato il 5 aprile 1944.

Solo poche settimane prima stava vagando nella neve cercando i partigiani sul Falterona.

Si perse nella bufera e, quasi per caso, finì nel luogo dove stava nascendo la Banda Corbari.

Francesco Olivucci è stato un conosciuto e stimato incisore forlivese.

Durante gli anni del regime ricoprì importanti incarichi pubblici e le sue pitture e i suoi affreschi decorarono diversi palazzi del centro di Forlì. Ma possedeva anche un’abilità nascosta che si sarebbe rivelata particolarmente utile e che gli permise di mostrare la sua scarsa considerazione per il Duce e il fascismo.

Lo dimostrano le numerose incisioni realizzate per giornali e riviste clandestine, opere spesso satiriche nei confronti del regime.

C’è un Mussolini armato di posate invece che di armi. E ci sono le immagini dedicate al coraggio di chi il fascismo lo combatteva, come la bellissima silografia de “Il partigiano”.

Durante la lotta clandestina Olivucci mise però la propria arte direttamente al servizio della Resistenza.

Diventò falsario.

In particolare, si occupava di fabbricare i timbri necessari alla realizzazione di documenti e lasciapassare falsi.

Galio Rossi, della Brigata SAP di Forlì, raccontò che sui falsi lasciapassare utilizzati dai partigiani per risultare impiegati presso la Organizzazione Todt e potersi così muovere con maggiore libertà:

“C’era un timbro realizzato da Francesco Olivucci, l’incisore che abitava col padre a Schiavonia. Il padre era un fabbro in viale Salinatore. Il timbro, che era molto difficile da imitarsi, rappresentava due aquile tedesche molto simili allo stemma del Comune di Forlì.”

Olivucci era in grado di riprodurre praticamente qualsiasi timbro, utilizzando anche inchiostri e materiali capaci di rendere credibile il falso.

Un lavoro apparentemente lontano dalle azioni armate, ma fondamentale nella guerra clandestina.

Un documento poteva permettere di attraversare un posto di blocco, evitare un arresto, nascondere la propria identità o giustificare uno spostamento.

E in una città occupata, dove bastava un controllo per finire nelle mani dei fascisti o dei tedeschi, un timbro fatto bene poteva significare la differenza tra essere catturati e tornare a casa.

Francesco Olivucci combatté anche così.

Con le mani di un artista e la precisione di un falsario.

Un’arte clandestina che, probabilmente, contribuì a salvare la vita a diverse persone.

Foto 1: “Il partigiano”.
Foto 2: “Il gerarca”.
Foto 3: Tonino Spazzoli.
Foto 4: “Il complice”.
Foto 5: autoritratto di Francesco Olivucci.

La Banda Corbari, dal nome del suo comandante Silvio Corbari, fu una formazione partigiana attiva soprattutto nel territorio collinare tra Forlì e Faenza.

Le sue azioni contro i fascisti la resero famosa in tutta la Romagna. Tra queste ci furono l’occupazione di Tredozio e Modigliana, la battaglia sul Monte Lavane e l’uccisione del console della Milizia Marabini.

Le azioni improvvise e le beffe ai danni del nemico contribuirono a creare un vero e proprio alone di leggenda attorno a Silvio e ai principali componenti della banda, tra cui Iris Versari e Adriano Casadei.

I tre, insieme ad Arturo Spazzoli, verranno catturati e moriranno nell’agosto del 1944.

Ma la storia della formazione non finirà con la morte del suo comandante.

La Banda continuerà infatti a operare sotto la guida di Romeo Corbari, fratello di Silvio, assumendo successivamente la struttura di un battaglione.

Gli uomini della formazione incontreranno infine gli Alleati a San Benedetto in Alpe.

Ed è proprio lì che un militare inglese filmerà le immagini che vediamo in questo video: volti e momenti di una formazione partigiana diventata una delle più conosciute della Resistenza romagnola.

Ieri ci ha lasciato Sergio Flamigni, a 100 anni da poco compiuti.

Giovanissimo si unì alla Resistenza romagnola, diventando commissario politico della 29ª Brigata GAP “Gastone Sozzi” e organizzando e partecipando a numerose azioni contro l’occupazione nazifascista, fino alla Liberazione di Forlì del 9 novembre 1944.

Con lui se ne va uno degli ultimi testimoni diretti di quella stagione, ma rimangono le sue parole, i suoi racconti e una vita intera dedicata alla memoria e all’impegno civile.

In questo video vogliamo ricordarlo attraverso la sua voce.

Ciao Sergio.
Grazie per quello che hai fatto e per aver continuato a raccontarlo.

4 dicembre 1944. Fiorio Rossi, nome di battaglia “Galvani”, sta raggiungendo i Fiumi Uniti insieme a un compagno quando si accorge che qualcosa è cambiato.

Le pattuglie tedesche sono pochissime. La maggior parte delle forze nemiche è già stata spostata a nord di Ravenna.

È un’informazione che può cambiare le sorti dell’imminente battaglia per la città.

Incurante del freddo e della corrente, Galvani attraversa a nuoto il fiume con l’obiettivo di raggiungere e informare le squadre partigiane che operano a sud di Ravenna.

Poco dopo incontra una pattuglia composta da nove partigiani e sette inglesi e comunica loro ciò che ha appena scoperto.

Alle 7:20 parte via radio un messaggio diretto al Comando Lancieri: Ravenna può essere raggiunta senza incontrare una resistenza tedesca eccessiva.

Il piano preparato da Arrigo Boldrini “Bulow” può entrare nella sua fase decisiva.

Partigiani e Alleati avanzano insieme, convergendo sulla città da diverse direzioni.

Nel primo pomeriggio del 4 dicembre 1944 Ravenna è libera.

All’operazione partecipano i partigiani della 28ª Brigata Garibaldi “Mario Gordini”, tra cui gli uomini del distaccamento “Garavini”, insieme alla Popski’s Private Army e alle forze canadesi impegnate nell’avanzata sulla città.

La collaborazione tra partigiani e Alleati permette di conquistare Ravenna limitando i combattimenti all’interno del centro urbano e contribuendo a preservare il suo straordinario patrimonio storico e artistico.

Lo stesso Bulow ricorderà:

“Se oggi i monumenti ravennati sono ammirati dai turisti di ogni parte del mondo, lo si deve a tutti coloro che hanno creduto nella rinascita dell’Italia e che hanno combattuto dando tutto se stessi.”

Per la 28ª Brigata Garibaldi, però, la Liberazione di Ravenna non rappresenta la fine della guerra.

A differenza di molte altre formazioni partigiane romagnole, la Brigata non viene smobilitata.

Dal gennaio 1945 i suoi uomini tornano in linea sulla destra del Reno, inizialmente al fianco delle forze britanniche e successivamente con maggiore autonomia operativa nell’ambito del Gruppo di combattimento “Cremona”.

Continueranno così a combattere risalendo verso nord, partecipando alle operazioni nelle Valli di Comacchio e proseguendo poi verso il Veneto fino alle ultime fasi della guerra.

Ma quella mattina del 4 dicembre tutto cominciò anche da un’informazione raccolta lungo un fiume.

Un partigiano vide che i tedeschi se ne stavano andando.

E, nel freddo di dicembre, attraversò a nuoto i Fiumi Uniti per andare a dirlo agli altri.

Dopo la mancata partecipazione alla Liberazione di Forlì, l’8ª Brigata Garibaldi Romagna è ancora bloccata a Meldola dagli inglesi.

Il comandante Ilario Tabarri “Pietro” annota con amarezza:

“Persiste l’atteggiamento del Comando Alleato a non permettere che la Brigata possa continuare a lottare a fianco delle truppe alleate. Ormai ci viene tolta ogni speranza di proseguire la lotta, con grave rincrescimento dei partigiani.”

Qualcuno riesce comunque a raggiungere il Ravennate e a unirsi alla 28ª Brigata Garibaldi “Mario Gordini” comandata da “Bulow”, alla quale è stato invece consentito di continuare a combattere.

Perché agli uomini dell’8ª sia stato impedito di proseguire rimarrà a lungo oggetto di discussione.

Secondo alcune interpretazioni pesò il carattere considerato “troppo comunista” della formazione forlivese. Altre ricostruzioni collegano la decisione alla controversa eliminazione interna di Riccardo Fedel “Libero”, il comandante che aveva preceduto Pietro e che aveva mantenuto rapporti con gli Alleati. Altri ancora vi hanno visto semplicemente la volontà britannica di mantenere il pieno controllo militare delle operazioni e dell’ingresso a Forlì.

Qualunque fosse la ragione, per molti partigiani la guerra finisce lì.

A metà novembre arriva infatti l’ordine di smobilitazione.

Il 30 novembre 1944 le formazioni partigiane sfilano per il centro di Forlì. Insieme all’8ª Brigata ci sono la 29ª Brigata GAP “Gastone Sozzi”, le formazioni SAP e il Battaglione Corbari.

È il momento di consegnare le armi e ricevere il certificato che riconosce ufficialmente l’attività partigiana.

Vengono versate, prive di munizioni, 114 armi automatiche, 545 fucili e moschetti, 12 pistole a tamburo, un mortaio e una pistola lanciarazzi.

Ma non tutte le armi tornano indietro.

Per permettere anche ai partigiani arrivati disarmati di partecipare alla sfilata, vengono distribuiti alcuni Thompson scarichi.

Qualcuno, alla fine della giornata, decide di non restituirli.

Cesare Bonfante ricorderà:

“La mattina dopo i partigiani di Modigliana salirono sul camion che li riportò a Modigliana e qualche Thompson venne via con loro.”

Alcune armi vengono così nascoste. Un dettaglio destinato ad assumere un significato particolare negli anni immediatamente successivi alla guerra, quando una parte dei partigiani continuerà a guardare con diffidenza e incertezza al futuro politico del Paese.

Ma per molti uomini il momento della consegna ha soprattutto un altro significato.

Vuol dire tornare alla vita civile.

Un partigiano descrive così l’istante in cui deve separarsi dalla propria arma:

“È il turno di togliermi la bella machine pistole. Sono un po’ titubante e mi avvicino al banco. Vedo che il mio nome è tra quelli in testa che compongono il comando, i quali hanno già effettuato il versamento. Manca di riempire a fianco del nome la qualità dell’arma versata.

Avrei voluto conservarla almeno come cimelio.

A malincuore vedo compilare lo spazio rimasto vuoto e divenire ormai un cittadino che andava a confondersi tra la moltitudine, senza più nessuna funzione.”

Per mesi quegli uomini avevano vissuto con un nome di battaglia, un’arma, un distaccamento e un obiettivo.

Ora dovevano tornare nelle case, nelle fabbriche, nelle campagne e nelle botteghe che avevano lasciato.

Il 30 novembre 1944 consegnarono le armi.

Ma per molti di loro la parte più difficile sarebbe stata tornare a essere semplicemente cittadini.

A differenza delle formazioni militari regolari, le brigate partigiane non avevano una divisa.

O meglio, non avevano una divisa ufficiale.

Ma proprio quell’irregolarità nel vestiario finì per mostrare tutta l’esuberanza di chi aveva scelto di combattere fuori dalle regole e dagli schemi di un esercito tradizionale.

Maglioni di lana, pantaloni corti, scarponi chiodati e baschi portati a rovescio non erano soltanto ciò che si riusciva a trovare: diventavano anche un modo per costruire ed esprimere la propria identità.

C’erano giacche a vento ricavate da teli mimetici, impermeabili, cappelli da cowboy e cappelli da alpino.

Ogni partigiano finiva per improvvisare la propria uniforme, non soltanto per necessità, ma anche per dare un’immagine di sé spesso esuberante, irregolare e provocatoria.

Cartuccere incrociate sul petto, bombe appese ai cinturoni, pistole legate al collo quasi fossero rosari.

E poi i simboli.

Fazzoletti rossi, verdi o azzurri, stelle rosse, falce e martello, coccarde tricolori. Ma anche foulard, pellicce, sahariane e immancabili pipe strette tra i denti.

C’era chi indossava il colbacco e chi il cappello di paglia. Chi portava un giubbotto dell’esercito inglese sopra un paio di pantaloni alla zuava.

Materiali civili e militari, italiani e stranieri, recuperati, modificati e mescolati senza troppe regole.

Quando incontrarono gli Alleati, questi rimasero spesso affascinati e incuriositi da quei giovani in maniche di camicia, rozzi e scapestrati, che potevano apparire più simili a una banda di irregolari che a un reparto militare.

E in fondo era proprio questa una delle loro caratteristiche.

Anche per i Comandi partigiani non fu semplice mettere ordine e imporre un aspetto più uniforme alle brigate. Alcune formazioni cercarono progressivamente di assumere un’organizzazione e un’immagine più militare.

Altre conservarono più a lungo un’estetica irregolare, quasi banditesca.

Ma il modo di vestirsi non raccontava soltanto la mancanza di mezzi.

Per molti giovani e giovanissimi, uomini e donne, diventava anche una dichiarazione di appartenenza.

Il fazzoletto al collo, il basco, una stella cucita sulla giacca, una cartuccera portata in un certo modo: elementi capaci di trasformarsi in simboli di una nuova identità.

Ragazzi che fino a pochi mesi prima erano stati operai, contadini, studenti, artigiani o soldati diventavano “Fulmine”, “Falco”, “Maciste”, “Romeo”.

Cambiavano nome. Cambiavano vita. E spesso cambiavano anche il proprio aspetto.

Tutti col colpo in canna e l’idea che, finita la guerra, qualcosa dovesse cambiare.

Perché anche attraverso quei vestiti improvvisati passava la volontà di infrangere le regole imposte e rompere con il passato.

Non avevano una divisa.
Ed era proprio questo, forse, a renderli immediatamente riconoscibili.

Tra le fotografie: il partigiano Battista “Romeo” Bertoni con il caratteristico giubbotto di pecora.

Sul finire del novembre 1944, la pianura ravennate verso il mare è una distesa di campagne allagate, paludi e acquitrini disseminati di presidi tedeschi.

Su tutto svetta il campanile della Basilica di Sant’Apollinare in Classe, un tesoro di storia utilizzato dai tedeschi come punto di osservazione per controllare l’avanzata degli Alleati.

Tra le forze che stanno risalendo la Romagna c’è anche la Popski’s Private Army, l’“armata privata” del maggiore Vladimir Peniakoff, detto “Popski”: un reparto irregolare britannico specializzato in ricognizioni, incursioni e attacchi veloci, con le sue caratteristiche jeep armate.

Al reparto si è unito anche un gruppo di partigiani del distaccamento “Garavini”. Conoscono il territorio, guidano gli uomini di Popski attraverso quella difficile pianura e partecipano alle azioni che contraddistinguono l’avanzata del reparto.

Pinete, campagne allagate e acquitrini rendono però estremamente difficile proseguire.

Il campanile di Classe, utilizzato come punto di osservazione tedesco, diventa così un possibile obiettivo militare. Il comando alleato prende in considerazione il bombardamento della zona e della basilica per eliminare la postazione e permettere alle truppe di continuare l’avanzata verso nord.

È a questo punto che entrano in gioco i partigiani aggregati agli uomini di Popski.

Durante una perlustrazione riescono a raggiungere la zona del campanile e a trasmettere al comando informazioni che permettono di evitare il bombardamento previsto.

Il 19 novembre 1944 Classe viene liberata.

E la basilica viene risparmiata dalle bombe.

Nel dopoguerra, però, stabilire con precisione chi abbia avuto il ruolo decisivo nel salvataggio diventerà molto più complicato.

Tra civili, partigiani, Alleati e uomini della Popski’s Private Army nasceranno numerose ricostruzioni differenti. Si parlerà addirittura di tredici versioni della stessa storia, ognuna delle quali attribuisce a protagonisti diversi il merito di aver evitato il bombardamento e contribuito alla cattura del presidio tedesco.

Come spesso accade nella memoria della guerra, testimonianze e ricordi finiscono per sovrapporsi e contendersi una parte della storia.

Rimane però un fatto fondamentale: la Basilica di Sant’Apollinare in Classe sopravvisse alla battaglia e con essa furono risparmiate anche numerose vite umane.

In mezzo a una guerra che troppo spesso avanzava distruggendo ciò che incontrava, quel giorno a Classe accadde il contrario.

Qualcuno riuscì a fermare le bombe prima che cadessero.

Foto 1: la Basilica di Sant’Apollinare in Classe.

Foto 2: le jeep della Popski’s Private Army durante la campagna d’Italia.

Foto 3: il partigiano Ateo Minghelli, che partecipò all’azione di Classe, ritratto negli anni Sessanta.

È la tarda mattinata del 9 novembre 1944 quando gli inglesi entrano a Forlì e trovano la città già in mano ai gappisti e al Comando Piazza partigiano.

Giulio Garoia, comandante dei GAP forlivesi, ricorderà così quei giorni e il piano preparato per la Liberazione della città:

“Prima di tutto abbiamo portato tutti i GAP e SAP dentro Forlì. C’erano delle case parallele a via Regnoli, eravamo lì, e anche nelle fabbriche. C’erano due o tre distaccamenti da quelle parti, eravamo disseminati un po’ dappertutto.

Ci eravamo avvicinati portando le armi con tutti i mezzi, anche con tricicli e biciclette, un po’ con tutto. Poi ci siamo piazzati.

Il comando ha deciso di mandare Luciano Lama a Meldola a prendere contatto con gli inglesi.

I partigiani dell’8ª Brigata Garibaldi erano meglio armati di noi perché avevano mitragliatori e armi di tutti i tipi fornite dagli inglesi, ed erano arrivati fino a Bussecchio, quindi erano praticamente a Forlì.

Noi diciamo agli inglesi: ‘Se voi ci garantite che quando abbiamo liberato Forlì entrate immediatamente, noi facciamo attaccare l’8ª Brigata da Bussecchio, noi siamo già dentro e attacchiamo subito. Però voi venite subito e cerchiamo anche di salvare il ponte di Schiavonia’.

Loro non vogliono prendere accordi perché le brigate che sono qui non sono brigate del loro colore. Sono brigate composte da operai e contadini, da gente che vuole cambiare la situazione politica dopo questa lotta.

Per questo non riuscimmo a liberare Forlì con il piano dell’8ª Brigata e dei GAP e SAP dentro.

La liberammo comunque due o tre ore prima dell’arrivo degli inglesi, prendendo possesso della città all’alba.

La stessa notte abbiamo fucilato in via Mazzini dei fascisti infiltrati.

Ci furono scontri con i tedeschi a Schiavonia. Erano al di là del fiume, ma non potevamo fare altro perché avevamo un armamento leggero e, una volta sparato per un paio d’ore, le munizioni erano finite.

Dovevamo tenere conto della realtà: chi sparava in città doveva stare attento a non compromettere chi faceva l’azione.

Fu una cosa saggia liberare Forlì qualche ora prima, quando i tedeschi stavano per ritirarsi.”

Il progetto iniziale era dunque più ambizioso: far avanzare l’8ª Brigata Garibaldi Romagna da Bussecchio mentre GAP e SAP, già infiltrati nel centro urbano, avrebbero attaccato dall’interno.

I partigiani chiedevano agli inglesi di avanzare immediatamente dopo l’azione, anche nel tentativo di salvare il ponte di Schiavonia.

Quel piano non venne realizzato.

Ma nella notte tra l’8 e il 9 novembre 1944, mentre le ultime forze tedesche abbandonavano Forlì, i partigiani entrarono comunque in azione e presero possesso dei punti strategici della città.

Quando, alcune ore più tardi, arrivarono le truppe britanniche, trovarono i partigiani già nelle strade di Forlì.

Una delle fotografie di quelle ore racconta forse meglio di molte parole cosa stava accadendo: due partigiani, riconoscibili dalla fascia al braccio e dal lungo cappotto, precedono e guidano i soldati alleati attraverso la città.

È un’immagine importante perché restituisce alla Liberazione di Forlì una parte della sua storia che spesso rimane sullo sfondo.

Gli Alleati stavano arrivando.

Ma quando entrarono a Forlì, i partigiani erano già lì.

Foto 1: partigiani e truppe alleate a Forlì nei giorni della Liberazione.

Foto 2: due partigiani, riconoscibili dalla fascia al braccio e dal cappotto lungo, guidano le truppe alleate all’interno della città.