«I poveri il pane non se lo fanno mai pagare»

«Il primo maggio è come una parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento».

Iniziava così un articolo pubblicato nel 1890 sulla rivista La Rivendicazione, guidata dall’anarchico romagnolo Germanico Piselli e impegnata nella campagna per la celebrazione del 1° maggio.

Una parola d’ordine che avrebbe attraversato generazioni di lavoratori, sopravvivendo alla repressione, alle guerre e al fascismo.

E che sarebbe tornata ogni anno nelle strade e nelle piazze.

Come nella fotografia del 1° maggio 1956, quando il corteo dei lavoratori entra in Piazza Saffi a Forlì.

In prima fila c’è il partigiano Leo Matteucci.

Dodici anni prima, nel 1944, era stato catturato dai tedeschi e costretto a lavorare alla costruzione delle fortificazioni della Linea Gotica.

Leo riesce però a fuggire e comincia il viaggio per tornare in pianura.

Ad aiutarlo è quella rete di solidarietà contadina senza la quale tanti partigiani, disertori, renitenti e fuggiaschi difficilmente sarebbero riusciti a sopravvivere.

Durante il cammino si ferma in una casa di montagna.

La famiglia che vive lì è poverissima. Nonostante questo, gli offre quello che ha: due uova e un po’ di pancetta rancida.

Per Leo, affamato e in fuga, è abbastanza.

Prima di ripartire domanda quanto deve pagare.

La risposta che riceve vale più di tanti discorsi sulla solidarietà:

«I poveri il pane non se lo fanno mai pagare.»

Dodici anni dopo Leo Matteucci è di nuovo lì, questa volta libero, in prima fila nel corteo che entra in Piazza Saffi.

Dal Primo Maggio del 1890 a quello del 1956 passa più di mezzo secolo di lotte, repressioni, fascismo, guerra e Resistenza.

Ma quella parola magica continua a correre di bocca in bocca.

Lavoro, lotta e solidarietà.

Buon Primo Maggio. 🔥