«Un giorno presero il babbo, lo picchiarono e gli buttarono giù tutti i denti perché volevano che prendesse la tessera del fascio».

Giordano Gardini ricorda così il giorno in cui, a San Pietro in Vincoli, i fascisti bastonarono suo padre, repubblicano e antifascista.

Giordano ha appena 14 anni e lavora come bracciante in mezzo a un gruppo di antifascisti. Poco alla volta comincia a organizzarsi insieme a loro: distribuisce volantini, partecipa alle discussioni e cerca di capire come rendere più efficace la lotta contro il fascismo e l’occupazione tedesca.

Una volta maturata la decisione di passare all’azione, forma insieme ad altri giovani un gruppo GAP, con l’obiettivo di procurarsi delle armi e ostacolare i tedeschi.

Una sera dell’estate del 1944 si danno appuntamento alla scuola di San Pietro in Campiano.

Gardini ricorda:

«Ci organizzammo come distaccamento “Garavini”, che a Ravenna farà poi parte della 28ª Brigata. Facemmo una puntata a Savio, dove gli inglesi ci offrirono il cibo e le armi. A me toccò un Thompson. Ci sentivamo forti e potenti.»

Nel novembre del 1944 Giordano rimane ferito durante un’azione e viene trasportato a Ravenna.

Dopo la Liberazione della città si trasferisce sull’Isola degli Spinaroni, nella Pialassa Baiona, dove il movimento partigiano ha organizzato una base permanente.

Il gruppo rimane sull’isola per circa due settimane. Il compito è quello di spingersi in barca fino alla pineta di Marina Romea, osservare i movimenti tedeschi e poi tornare alla base per riferire quanto visto.

È lì che trascorrono anche il Natale del 1944.

Il pranzo è quello che può offrire una base partigiana nascosta in mezzo alle valli: pane e scatolette.

Ma sull’isola c’è persino un grammofono.

«Avevamo anche un grammofono. Lo abbiamo fatto tanto andare che siamo riusciti a bucare il disco.

Per Santo Stefano, uno dei nostri, Gnanì, trovò della farina nascosta e ci facemmo qualche piadina.

Dormivamo per terra, su dei teloni gommati presi alla Callegari di Ravenna. Almeno eravamo isolati dall’umidità.

C’era anche un partigiano che, quando qualcuno andava a casa, gli dava un biglietto per la famiglia o per la morosa. Lui non sapeva scrivere e faceva scrivere la stessa cosa a tutti noi e poi sceglieva il biglietto scritto meglio.

Lui non è più tornato a casa. L’hanno ucciso i tedeschi in combattimento.»

Dentro questo ricordo c’è forse una delle immagini più semplici e umane della Resistenza: ragazzi nascosti su un’isola, in pieno inverno, che controllano i movimenti tedeschi, dormono per terra, mangiano pane e scatolette, consumano un disco a forza di ascoltarlo e si aiutano a scrivere un messaggio da mandare a casa.

Uno di quei messaggi, però, non avrebbe mai raggiunto il suo autore.

Foto 2: Giordano Gardini, il primo a sinistra, sull’Isola degli Spinaroni.

L’immagine che copre l’intera penisola non è una mappa delle pizzerie italiane.

Mostra le stragi e gli eccidi compiuti dai nazifascisti in Italia tra il 1943 e il 1945.

Migliaia di episodi di violenza che riguardano le vittime civili e coloro che furono uccisi al di fuori degli scontri armati con le formazioni partigiane.

Vista così, la mappa è quasi impossibile da leggere. Bisogna ingrandirla per distinguere i singoli punti e rendersi conto di quanto capillare sia stata la violenza che attraversò il Paese.

La versione consultabile si trova sul sito dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia.

Molti di questi eccidi furono compiuti dalle forze tedesche con la collaborazione attiva di reparti e apparati della Repubblica Sociale Italiana. Una responsabilità fascista che troppo spesso, ancora oggi, viene ridimensionata, nascosta o rimossa dal racconto pubblico.

In Romagna, soprattutto nella primavera e nell’estate del 1944, la repressione investì duramente la dorsale appenninica provocando centinaia di vittime.

I nomi più conosciuti sono quelli di Tavolicci, Fragheto e Carnaio, ma basta attraversare i nostri paesi per incontrare cippi, lapidi e monumenti che ricordano uomini, donne e bambini uccisi in quei mesi.

Molti responsabili di quelle violenze non pagarono mai realmente per ciò che avevano fatto. Alcuni riuscirono a scomparire, altri tornarono alla vita civile e altri ancora trovarono spazio nella nuova Italia repubblicana.

Anche una mappa così impressionante non riesce a restituire completamente ciò che accadde: alcuni episodi locali non vi compaiono o rimangono ancora difficili da ricostruire.

E quella storia non è poi così lontana.

Da una parte o dall’altra, quasi ogni famiglia conserva la memoria di qualcuno che in quegli anni c’era.

Ma guardare questa immagine e ricordare quei morti serve a poco se la memoria delle vittime non viene accompagnata anche dal racconto di chi decise di opporsi e di combattere.

Di chi salì sui monti, entrò nei GAP, fece la staffetta, nascose un ricercato, portò un messaggio, procurò del cibo o semplicemente scelse da quale parte stare.

Perché ricordare le stragi significa anche ricordare contro cosa nacque e combatté la Resistenza.

Il fascismo di allora non va assolto né trasformato in folklore. E quello di oggi va riconosciuto e contrastato ogni volta che tenta di ripresentarsi sotto nuove forme.

Le barricate della memoria non crollano finché continuiamo a raccontare le gesta e le parole di chi ci ha mostrato la strada.

Come ricordava Giovanni Nanni, staffetta partigiana di Forlì:

«Quando i fascisti picchiavano e ammazzavano, noi rispondevamo con una rappresaglia. La gente era con noi. La gente non aveva paura.»

Tutta la mappa qui

1° febbraio 1946. La guerra è finita da pochi mesi, ma a Forlì le tensioni sono tutt’altro che terminate.

«Verso le ore 14 – si legge sul giornale La Lotta – nelle carceri di Forlì, dove sono reclusi circa 600 detenuti politici e comuni, scoppia un clamoroso ammutinamento».

Tra i detenuti ci sono anche diversi partigiani che da alcuni mesi si trovano in carcere senza un’accusa precisa.

Parecchi carcerati sono armati di sbarre di ferro, martelli e altri attrezzi prelevati dall’officina del carcere.

Il Pensiero Romagnolo racconta così quei momenti:

«Il furore dei carcerati divampò più aspramente quando alle finestre apparvero i primi carabinieri. I detenuti forzarono il secondo cancello e irruppero nel cortile urlando e cantando. Il sostituto procuratore assieme al segretario e tre guardie vengono tenuti in ostaggio per cinque ore».

La situazione torna lentamente alla calma grazie all’intervento di Adamo Zanelli, segretario della Federazione forlivese del PCI, insieme ai rappresentanti dell’ANPI e del CLN.

I detenuti ottengono l’impegno delle autorità a interessarsi della situazione dei partigiani ritenuti ingiustamente arrestati e a migliorare il vitto all’interno del carcere.

La vicenda, però, non è finita.

Il giorno successivo dal carcere si sentono degli spari.

Il Pensiero Romagnolo diffonde inizialmente notizie molto più allarmanti:

«Quaranta fascisti sono evasi, i detenuti sono armati di mitra, il combattimento continua, altri carcerati tentano di evadere. I polacchi aiutano i fascisti a mettersi in fuga».

Nel caos, alcuni detenuti riescono effettivamente a organizzare la fuga.

Utilizzando una scala stesa tra il tetto del carcere e il muro di cinta, un gruppo riesce a raggiungere l’esterno.

Alla fine gli evasi risulteranno essere 21, tutti imputati per reati comuni come furto, rapina e violenze. Alcuni verranno fermati nei giorni successivi.

Resta però un particolare inquietante riportato dallo stesso giornale.

Un testimone avrebbe raccontato di aver ascoltato, già il giorno precedente, una conversazione tra due persone in piazza:

«Stanotte a mezzanotte usciranno, andranno in una casa poco lontana e all’alba saranno già verso Firenze».

Una frase che fece nascere il sospetto che l’evasione non fosse stata improvvisata, ma che qualcuno avesse preparato un piano e potesse contare su appoggi all’esterno.

Due giorni di rivolta, ostaggi, sparatorie e un’evasione rocambolesca che raccontano bene il clima della Forlì del primo dopoguerra.

La guerra era finita. Ma nelle carceri, nelle piazze e nella società italiana i conti lasciati aperti dal fascismo e dal conflitto erano ancora moltissimi.

Alla base di molta della retorica che accompagna il Giorno del Ricordo c’è una rappresentazione del confine orientale come di una terra semplicemente e storicamente italiana, successivamente sottratta all’Italia.

La storia è molto più complessa.

I territori tra Italia, Slovenia e Croazia sono stati per secoli una terra di confine, abitata da popolazioni italiane, slovene e croate, attraversata da lingue, culture e appartenenze differenti.

Dopo la Prima guerra mondiale una parte consistente di queste terre passò all’Italia. Con il fascismo iniziò poi una durissima politica di italianizzazione delle popolazioni slovene e croate: limitazione e soppressione dell’uso pubblico delle loro lingue, trasformazione di nomi e toponimi, repressione politica e persecuzione dell’antifascismo.

Nel 1941 l’Italia fascista partecipò all’invasione della Jugoslavia e occupò direttamente parte del suo territorio. La guerra portò repressioni, incendi di villaggi, fucilazioni, deportazioni e campi di internamento.

Tutto questo non cancella ciò che accadde dopo.

Le foibe, le uccisioni, gli arresti, le deportazioni e il successivo esodo della popolazione italiana sono parte della storia e devono essere ricordati.

Ma ricordarli cancellando ciò che era accaduto nei vent’anni precedenti significa raccontare soltanto l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga.

Le violenze del 1943 e soprattutto del 1945 colpirono fascisti e collaborazionisti, ma anche civili, antifascisti italiani e persone considerate oppositrici del nuovo potere jugoslavo. Ridurre tutto a una semplice contrapposizione tra “italiani” e “slavi” impedisce di comprendere una vicenda nella quale si sovrapposero conflitto nazionale, guerra, fascismo, antifascismo, rivoluzione e resa dei conti politica.

Il problema nasce quando il Giorno del Ricordo viene utilizzato non per comprendere questa complessità, ma per costruire una memoria nella quale la storia sembra cominciare improvvisamente nel 1943.

Prima delle foibe ci furono il fascismo di confine, l’italianizzazione forzata e l’aggressione alla Jugoslavia.

Ricordare una violenza non significa assolverne un’altra. Significa, al contrario, provare a ricostruire tutta la catena degli eventi senza trasformare la memoria in propaganda.

E c’è un’altra storia italiana che meriterebbe molto più spazio quando si parla di quelle terre.

Dopo l’8 settembre 1943 decine di migliaia di militari italiani scelsero di combattere contro tedeschi e fascisti nei Balcani. Nacquero formazioni italiane che combatterono insieme all’Esercito popolare di liberazione jugoslavo, pagando un prezzo enorme in caduti e dispersi.

Italiani e jugoslavi che fino a poco tempo prima si erano trovati sui fronti opposti finirono così per combattere insieme contro il nazifascismo.

Anche loro fanno parte della nostra storia.

Per questo ricordare davvero significa non partire dalla fine.

Significa raccontare le foibe e l’esodo, ma anche ciò che li precedette: nazionalismo, fascismo, italianizzazione, occupazione, guerra e Resistenza.

Perché la memoria senza contesto rischia di diventare propaganda. E la storia, quando viene amputata di ciò che è accaduto prima, smette di aiutarci a capire ciò che è accaduto dopo.

Nei commenti la descrizione delle fotografie, alcune delle quali sono state utilizzate nel dibattito pubblico sul Giorno del Ricordo attribuendo loro significati e contesti differenti da quelli originari.

Una cosa di cui si parla poco quando si racconta la Resistenza è come vivevano e si sostenevano quotidianamente i partigiani.

Combattere sui monti significava anche dover sfamare centinaia di uomini, procurare vestiti e scarpe, trasportare materiali e organizzare continuamente i rifornimenti.

L’8ª Brigata Garibaldi Romagna, ad esempio, arrivò a organizzare un proprio servizio di intendenza, affidato a un intero distaccamento nel quale operavano anche calzolai e magazzinieri.

Il rifornimento delle merci avveniva attraverso acquisti sul mercato o direttamente nelle case dei contadini, cercando di garantire prezzi convenienti agli stessi produttori.

Le provviste potevano arrivare anche da zone piuttosto lontane rispetto a quelle controllate dalla Brigata. Accadeva, ad esempio, con le uova.

Uno dei centri principali di questo vero e proprio mercato partigiano era Piavola.

Il comando aveva stabilito una spesa giornaliera di circa 42 lire per ogni partigiano, mentre il denaro necessario proveniva principalmente dal CLN provinciale.

Il distaccamento addetto alla sussistenza disponeva anche di sei robusti cavalli, sottratti ai tedeschi durante un’azione militare nei pressi di Cusercoli condotta dal 1° Battaglione al comando di Duilio Piolanti “Barba”.

Ma la logistica della guerra partigiana poteva riservare situazioni decisamente particolari.

Nel suo diario Terzo Larice “Tigre” racconta:

“Una volta, su un sentiero di una macchia, incontrai il cuciniere del II Distaccamento con una sfoglia di pasta su un braccio e una pentola di brodo, che correva.

Gli chiesi il motivo.

Mi rispose: «Vengono su i tedeschi, ma la pasta e il brodo, finché Gnegna è il cuciniere, loro non li beccano!»”

“Gnegna” era Ettore Novaga di Bertinoro.

Una piccola scena di vita quotidiana che racconta forse meglio di tante descrizioni cosa significasse vivere sui monti: scappare dal nemico senza lasciare indietro nemmeno la pentola del brodo.

A dirigere l’intero servizio di intendenza era invece Alberto Ciani “Curpét”, ex garibaldino della Guerra di Spagna e tra gli organizzatori, in Romagna, del primo gruppo partigiano di Cusercoli.

Perché una brigata non viveva soltanto di combattimenti e armi.

Dietro ogni azione c’erano uomini che cercavano viveri, riparavano scarpe, amministravano denaro, organizzavano magazzini e trasportavano provviste attraverso boschi e sentieri.

E se arrivavano i tedeschi, si salvavano gli uomini. Ma possibilmente anche la pasta e il brodo.

Ci ha lasciato oggi Amalia Geminiani, staffetta partigiana di Alfonsine.

Aveva scelto la Resistenza giovanissima insieme alla sorella Vera, percorrendo a piedi e in bicicletta le strade della “bassa” per portare messaggi e armi ai partigiani.

Pochi mesi fa aveva compiuto 100 anni.

Oggi vogliamo ricordarla attraverso le sue parole:

«Decisi di diventare staffetta quando mio padre andò al funerale di un amico su richiesta di mio nonno. Cadeva proprio il primo maggio. Fu picchiato perché pensavano avesse aderito alla festa dei lavoratori.

Allora si combattevano tedeschi e fascisti. Io e un altro gruppetto di ragazze che non conoscevo avevamo il compito di controllare che non ce ne fossero in giro.

Come staffetta capitava che dovessi spostarmi da Alfonsine, a piedi o in bicicletta quando potevo, per consegnare messaggi ai partigiani.

Uno di questi bigliettini è stato recapitato a un partigiano che, per farlo sparire, lo ha mangiato davanti a me.

Avevo un fidanzato, Edoardo. Ci siamo scambiati solo un bacio. Nevicava e ci siamo riparati sotto un ombrello. Ricordo ancora cosa mi disse mio nonno: “Stai attenta che questo ha voglia di fare per bene”.

Ma Edoardo morì durante la guerra. Una guerra che portò via anche mio padre, ucciso da una mina che stava disinnescando nei campi di Alfonsine.»

Dentro queste parole c’è una parte della storia di una generazione giovanissima che scelse di rischiare tutto per la libertà.

Ad Amalia va oggi il nostro pensiero e il nostro grazie, con la promessa che continueremo, con tutte le nostre forze, a custodire e raccontare quella memoria.

E a far fischiare il vento, anche per lei.

L’Isola degli Spinaroni, nella Pialassa Baiona vicino a Ravenna, fu una delle basi più importanti della Resistenza nella pianura ravennate.

Tra canneti, paludi e corsi d’acqua operavano i partigiani del Distaccamento “Terzo Lori” della 28ª Brigata Garibaldi, sfruttando un territorio difficile da controllare e fondamentale per le operazioni contro tedeschi e fascisti.

Tra le storie più conosciute legate all’isola c’è quella del famoso cannone partigiano.

A raccontarla sono gli stessi protagonisti di quei giorni, ripresi nel 1966 da Sergio Zavoli nel documentario “L’armata delle valli”.

Una testimonianza straordinaria perché, a poco più di vent’anni dalla fine della guerra, restituisce direttamente le voci, i volti e i ricordi degli uomini che combatterono nelle valli ravennati.

Questa è la storia del loro cannone, raccontata da chi c’era.

Felice Orsini, romagnolo di Meldola, è ancora oggi una figura capace di dividere l’opinione pubblica.

È entrato nella storia soprattutto per aver tentato di uccidere Napoleone III con un ordigno diventato famoso, anche grazie al suo nome, come “bomba all’Orsini”: una bomba con innesco a fulminato di mercurio e progettata per proiettare frammenti letali.

La sera del 14 gennaio 1858 Orsini e i suoi complici lanciarono gli ordigni contro la carrozza dell’imperatore francese a Parigi.

L’obiettivo politico era enorme: eliminare Napoleone III per provocare una rivoluzione in Francia che, nelle intenzioni di Orsini, avrebbe potuto propagarsi anche in Italia e contribuire alla liberazione della penisola.

Il risultato fu però una strage.

Morirono diversi passanti e moltissime persone rimasero ferite. Napoleone III sopravvisse.

L’imperatore era già sfuggito, tre anni prima, a un altro attentato organizzato da un romagnolo: Giovanni Pianori, originario di Brisighella.

Ma l’attentato di Parigi è soltanto l’ultimo capitolo di una vita che sembra la sceneggiatura di un film.

Orsini aveva conosciuto giovanissimo il carcere nella fortezza di San Leo. Fu condannato all’ergastolo e successivamente incarcerato nell’Alto Lazio per la sua attività cospirativa e per aver creato una società segreta chiamata “Congiura dei figli della morte”.

Uscito grazie a un’amnistia, continuò la propria attività rivoluzionaria. Passò da Nizza e Londra, partecipò a tentativi insurrezionali tra Liguria e Toscana e successivamente in Valtellina.

Venne poi catturato in Ungheria e trasferito nelle carceri di Mantova.

Da lì riuscì a compiere una rocambolesca evasione e a raggiungere nuovamente Londra.

Sarà proprio nella capitale britannica che maturerà il progetto dell’attentato contro Napoleone III.

Dopo l’attacco viene arrestato, processato e condannato a morte.

Rinchiuso nella prigione parigina della Roquette, il 13 marzo 1858 viene condotto alla ghigliottina.

Secondo la tradizione, le sue ultime parole furono:

“Viva l’Italia! Viva la Francia!”

Ancora oggi è difficile racchiudere Felice Orsini dentro una sola definizione.

C’è chi lo considera un patriota e rivoluzionario del Risorgimento, chi ne sottolinea la vicinanza al mondo repubblicano e cospirativo dell’Ottocento e chi, soprattutto alla luce delle vittime civili dell’attentato, lo definisce un terrorista e assassino.

Orsini aveva chiesto di essere sepolto a Londra, ma la sua volontà non venne rispettata. Il suo corpo finì invece in una sepoltura comune a Parigi.

Ed è questo, a grandi linee, il motivo per cui al Cimitero Monumentale di Forlì non troverete la sua tomba.

Una tomba che, se ci fosse, meriterebbe forse qualche visita in più di quella molto più famosa che si trova a pochi chilometri di distanza, a Predappio.

Felice Orsini rimane una figura controversa. Ma anche uno dei romagnoli più incredibili e irrequieti del Risorgimento italiano.

Tra le fotografie: un esemplare di “bomba all’Orsini” conservato al Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino.

Oggi avrebbe compiuto 102 anni Sirio Corbari, detto “Silvio”, comandante della banda partigiana che portava il suo nome.

Su di lui, sui suoi compagni e sulle loro imprese è stato raccontato di tutto. A volte anche con inesattezze, sovrapponendo nel tempo storia, memoria e leggenda.

Perché Corbari appartiene a quella rara categoria di persone che entrano nella leggenda ancora prima di morire.

Nonostante fosse uno dei pochissimi partigiani a firmare le proprie azioni e a muoversi spesso a viso scoperto, la sua presenza veniva segnalata ovunque.

Per le autorità fasciste e per la popolazione Corbari sembrava essere dappertutto, a volte persino in più luoghi contemporaneamente.

Dopo un assalto, un’azione improvvisa o una beffa ai danni dei fascisti, la voce correva rapidamente:

“È stato Corbari.”

Apparentemente introvabile e irraggiungibile, si faceva quasi a gara per essere i primi a dire di averlo visto.

E chi sosteneva di averlo addirittura conosciuto finiva per ricevere, di riflesso, una parte di quell’ammirazione che ormai circondava il suo nome.

Silvio Corbari morì a soli vent’anni, nell’agosto del 1944, dopo un tradimento e una serie di circostanze drammatiche che portarono alla fine del nucleo principale della sua banda.

Con lui morirono Iris Versari, Adriano Casadei e Arturo Spazzoli.

Ma la morte non riuscì a cancellare quella leggenda che era già cominciata mentre era ancora vivo.

Il nome di Corbari continua ancora oggi a riecheggiare tra i monti, i paesi e le piazze della Romagna.

E forse una delle immagini più potenti per ricordarlo rimane quella lasciata dal poeta e partigiano Pino Bartoli:

“Quando la prima sfoglia di sole
spolvera d’oro tutta la campagna
il partigiano muore.

Vicino a lui un popolo di contadini
prega e bestemmia a testa bassa.
Sopra di lui una banda d’assassini
ride con la vergogna in faccia.

Il sole che nasce dà vita alla brezza.
Nudo come Cristo, inchiodato in una treggia,
passa per l’amica campagna
l’ultimo re della montagna.”

Buon compleanno, Silvio.

La dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 contro Francia e Gran Bretagna fu accolta con estrema freddezza da una parte consistente della popolazione romagnola.

La preoccupazione crebbe con il proseguire del conflitto e, per molti, si trasformò in aperta ostilità verso il regime dopo le successive dichiarazioni di guerra all’Unione Sovietica e agli Stati Uniti.

Tra i primi a manifestare insofferenza ci furono i contadini.

Nelle campagne era ancora vivo il ricordo delle esperienze dolorose vissute dalle generazioni precedenti. E si sapeva bene chi avrebbe pagato buona parte del prezzo della guerra: uomini richiamati alle armi, famiglie private di braccia per lavorare i campi, raccolti requisiti e condizioni di vita sempre più difficili.

Con gli ammassi obbligatori, la politica fascista si scontrò direttamente con la resistenza di chi lavorava la terra.

Cominciò quella che sarebbe diventata una vera e propria battaglia del grano: non quella propagandistica celebrata dal regime, ma quella combattuta nelle campagne contro controlli, requisizioni e conferimenti obbligatori.

L’opposizione contadina non fu soltanto politica.

Fu anche una questione di sopravvivenza.

Si nascondevano parte dei raccolti e le scorte necessarie a sfamare le proprie famiglie, ma anche gli sfollati ai quali le campagne offrirono ospitalità durante la guerra.

In questa resistenza i contadini trovarono anche la solidarietà dei lavoratori delle città.

Si recuperarono antichi sistemi di trebbiatura per sfuggire ai controlli e si costruirono congegni artigianali capaci di permettere la macinazione clandestina del grano, aggirando la vigilanza e le requisizioni.

Era una lotta quotidiana, combattuta nei campi, nei granai, nelle stalle e nelle case.

Ed era una lotta che si intrecciava sempre più con quella politica.

La resistenza dei contadini nelle campagne, insieme agli scioperi degli operai nelle fabbriche, avrebbe costituito una delle basi sociali fondamentali sulle quali poté svilupparsi la guerra partigiana.

Le formazioni della Resistenza erano attraversate da differenze politiche, contrasti e idee diverse sul futuro.

Ma su una cosa le testimonianze dei partigiani romagnoli tornano continuamente:

“Senza i contadini non avremmo fatto nulla.”

Furono loro a dare cibo, informazioni e rifugi. A nascondere uomini e armi. A indicare sentieri e movimenti del nemico. E spesso a mettere a rischio la propria casa e la propria famiglia.

La Resistenza si combatté con le armi sui monti e nelle città. Ma senza quello che accadeva ogni giorno nelle campagne, probabilmente, non avrebbe potuto esistere.

Chi riconosce dove è stata scattata l’ultima foto?