Nadia e Sergio, amore e pallottole nella Resistenza

Giuseppina Venturini è di Santa Sofia, ha 17 anni e gira con una Beretta Mod. 35.

È in montagna da alcune settimane e il suo nome di battaglia è “Nadia”.

È aggregata a un distaccamento partigiano autonomo, composto in prevalenza da russi e slavi e comandato da Sergej Sorokin, ufficiale dell’Armata Rossa conosciuto tra i partigiani con il nome di battaglia “Sergio”.

Nadia e Sergio combattono insieme. In mezzo alla guerra, ai rastrellamenti e alla vita sui monti nasce anche una storia d’amore.

Condividono amore e pallottole fino alla Liberazione.

Dalla loro relazione nasce anche un figlio, Lionik.

Nel 1945 decidono di trasferirsi insieme in Unione Sovietica. Ma prima della partenza a Sergio viene affidato un nuovo incarico: rintracciare i soldati sovietici presenti in Italia e collaborare al loro rimpatrio.

Nadia lo aspetta.

Ma Sergio non torna.

Passano i mesi, poi gli anni. Sembra essere sparito nel nulla.

Intanto Lionik cresce e attorno a Nadia cominciano anche le maldicenze.

Una ragazza così giovane, partita con i partigiani, vissuta insieme ai russi e diventata madre di un bambino avuto da un comandante sovietico che nessuno vede più.

C’è persino chi comincia a non credere alla sua storia.

Poi, circa vent’anni dopo, accade qualcosa che sembra impossibile.

Sergio riappare.

Torna in Romagna in occasione di una cerimonia dedicata alla Resistenza e finalmente ritrova Nadia.

I due scoprono che in tutti quegli anni avevano continuato a scriversi. Ma quelle lettere non erano mai arrivate a destinazione.

Sergio non aveva abbandonato Nadia e suo figlio.

Rientrato in Unione Sovietica, era finito vittima della repressione staliniana e deportato in Siberia.

Quando si incontrano di nuovo ci sono parole, ricordi e probabilmente domande rimaste sospese per vent’anni.

Ma ormai è passato troppo tempo.

Entrambi si sono sposati e hanno costruito un’altra vita.

Sergio torna in Unione Sovietica, dove continuerà la propria esistenza lavorando come contadino. Nadia rimane nella sua Santa Sofia.

Giuseppina Venturini si spegne nel luglio 2006, dopo una vita nella quale continuerà a impegnarsi per le donne e per la libertà degli oppressi.

Fino alla fine conserva anche lo spirito ribelle della ragazza di diciassette anni che era salita in montagna con una pistola.

Lo raccontano queste sue parole:

«Ai giovani d’oggi dico di prendere il moschetto e tornare alla macchia. Bisogna levare dalla circolazione tutti i terroristi e chi li comanda, per fare un’Italia più libera e più onesta.»

Parole nate dall’esperienza e dal linguaggio di una donna che aveva conosciuto direttamente la guerra partigiana e che non aveva mai smesso di pensare alla Resistenza come scelta di libertà e giustizia.

Ma forse la sua storia rimane soprattutto quella di due ragazzi che la guerra fece incontrare e la storia successiva divise.

Nadia e Sergio. Una Beretta e una stella rossa. Un figlio, lettere mai arrivate e vent’anni prima di potersi guardare di nuovo negli occhi.

Foto 4: Giuseppina Venturini “Nadia” con il fratello Alessandro Venturini.