Il 4 giugno 1944 Roma viene liberata.
Pochi giorni dopo, 23 componenti del Servizio di Sicurezza delle SS vengono trasferiti dalla capitale a Forlì con il compito di organizzare e intensificare la repressione antipartigiana.
Non sono uomini qualunque.
Provengono dall’apparato repressivo nazista che a Roma si era reso responsabile delle torture nella prigione di via Tasso, delle persecuzioni e deportazioni degli ebrei e aveva partecipato all’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Il loro arrivo a Forlì segna un cambiamento nella repressione, con un particolare accanimento anche contro la popolazione civile.
Al loro fianco operano uomini del fascismo repubblicano, impegnati nella repressione della Resistenza e nella collaborazione con l’occupante tedesco.
Il 22 giugno 1944 parte un rastrellamento che coinvolge la zona di Piangipane.
Sei persone vengono uccise e altre nove vengono rinchiuse nel carcere di Forlì.
Ma la Resistenza non si arresta.
Il 26 giugno una squadra dei GAP sabota la linea ferroviaria tra Forlì e Faenza, provocando il deragliamento di un convoglio tedesco che trasporta uomini e materiale militare.
Un militare tedesco rimane ucciso e altri cinque vengono feriti.
Tre giorni dopo arriva la rappresaglia.
Dieci antifascisti vengono prelevati dal carcere di Forlì e condotti prima nella sede delle SS e successivamente nei pressi dell’aeroporto.
Qui vengono portati sul fondo di un cratere provocato da una bomba.
Vengono costretti a sdraiarsi con il volto rivolto verso terra.
Poi vengono uccisi con un colpo di pistola alla nuca.
La storia di quella strage avrebbe avuto un secondo capitolo dopo la Liberazione.
Un disertore tedesco rivelò alle autorità britanniche informazioni e nomi degli uomini coinvolti nelle esecuzioni.
Venne aperta un’inchiesta e nel 1946 il fascicolo passò alla magistratura militare italiana.
Poi, di quella documentazione, per decenni si persero le tracce.
Soltanto nel 1994 il fascicolo riemerse a Roma insieme a centinaia di altri documenti relativi alle stragi e ai crimini di guerra nazisti e fascisti.
Erano stati conservati in quello che sarebbe diventato tristemente famoso come “l’armadio della vergogna”.
Le indagini vennero riaperte.
Ma era trascorso mezzo secolo.
Nel 2003, dopo aver accertato che i responsabili individuati erano ormai deceduti o non più rintracciabili, gli atti vennero archiviati.
Nessuno di loro sarebbe stato giudicato per quella strage.
E quella del giugno 1944 non fu l’unica esecuzione compiuta in quel luogo.
Nel settembre dello stesso anno l’area dell’aeroporto di Forlì fu teatro di altre stragi.
Donne e uomini. Civili, partigiani, antifascisti ed ebrei.
Alla fine, in quel luogo, le vittime furono 42.
Quarantadue persone uccise.
Un’inchiesta scomparsa per decenni.
Un fascicolo ritrovato quando ormai era troppo tardi per arrivare a un processo.
La memoria è rimasta dove la giustizia non è riuscita ad arrivare.














































































