Il 4 giugno 1944 Roma viene liberata.

Pochi giorni dopo, 23 componenti del Servizio di Sicurezza delle SS vengono trasferiti dalla capitale a Forlì con il compito di organizzare e intensificare la repressione antipartigiana.

Non sono uomini qualunque.

Provengono dall’apparato repressivo nazista che a Roma si era reso responsabile delle torture nella prigione di via Tasso, delle persecuzioni e deportazioni degli ebrei e aveva partecipato all’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Il loro arrivo a Forlì segna un cambiamento nella repressione, con un particolare accanimento anche contro la popolazione civile.

Al loro fianco operano uomini del fascismo repubblicano, impegnati nella repressione della Resistenza e nella collaborazione con l’occupante tedesco.

Il 22 giugno 1944 parte un rastrellamento che coinvolge la zona di Piangipane.

Sei persone vengono uccise e altre nove vengono rinchiuse nel carcere di Forlì.

Ma la Resistenza non si arresta.

Il 26 giugno una squadra dei GAP sabota la linea ferroviaria tra Forlì e Faenza, provocando il deragliamento di un convoglio tedesco che trasporta uomini e materiale militare.

Un militare tedesco rimane ucciso e altri cinque vengono feriti.

Tre giorni dopo arriva la rappresaglia.

Dieci antifascisti vengono prelevati dal carcere di Forlì e condotti prima nella sede delle SS e successivamente nei pressi dell’aeroporto.

Qui vengono portati sul fondo di un cratere provocato da una bomba.

Vengono costretti a sdraiarsi con il volto rivolto verso terra.

Poi vengono uccisi con un colpo di pistola alla nuca.

La storia di quella strage avrebbe avuto un secondo capitolo dopo la Liberazione.

Un disertore tedesco rivelò alle autorità britanniche informazioni e nomi degli uomini coinvolti nelle esecuzioni.

Venne aperta un’inchiesta e nel 1946 il fascicolo passò alla magistratura militare italiana.

Poi, di quella documentazione, per decenni si persero le tracce.

Soltanto nel 1994 il fascicolo riemerse a Roma insieme a centinaia di altri documenti relativi alle stragi e ai crimini di guerra nazisti e fascisti.

Erano stati conservati in quello che sarebbe diventato tristemente famoso come “l’armadio della vergogna”.

Le indagini vennero riaperte.

Ma era trascorso mezzo secolo.

Nel 2003, dopo aver accertato che i responsabili individuati erano ormai deceduti o non più rintracciabili, gli atti vennero archiviati.

Nessuno di loro sarebbe stato giudicato per quella strage.

E quella del giugno 1944 non fu l’unica esecuzione compiuta in quel luogo.

Nel settembre dello stesso anno l’area dell’aeroporto di Forlì fu teatro di altre stragi.

Donne e uomini. Civili, partigiani, antifascisti ed ebrei.

Alla fine, in quel luogo, le vittime furono 42.

Quarantadue persone uccise.

Un’inchiesta scomparsa per decenni.

Un fascicolo ritrovato quando ormai era troppo tardi per arrivare a un processo.

La memoria è rimasta dove la giustizia non è riuscita ad arrivare.

Se n’è andata questa notte Annunziata Verità, la staffetta partigiana che aveva compiuto 100 anni da pochi mesi.

Per tutti era Nunziatina.

Durante la Resistenza sarebbe diventata “Mallì”.

Aveva appena 17 anni quando i fascisti di Faenza la misero al muro insieme ad altri prigionieri e le spararono.

Annunziata cadde.

Ma non morì.

Sopravvisse alla fucilazione, riuscì a nascondersi e successivamente entrò nella Resistenza come staffetta partigiana.

La sua storia non finì nemmeno con la Liberazione.

Dopo la guerra andò a cercare gli uomini e i traditori che avevano avuto un ruolo nella sua fucilazione, affrontandoli faccia a faccia.

La morte era passata da lei quando aveva soltanto 17 anni.

Ma quella volta andò oltre.

E ha continuato ad andare oltre per tanti, tantissimi anni, permettendo anche a noi di incontrare la sua storia, ascoltarla e imparare da lei.

Oggi possiamo soltanto dirti grazie.

Grazie per tutto quello che hai fatto, partigiana Mallì.

Continueremo a parlare di te.
Continueremo a raccontare quello che ti accadde.
Porteremo il tuo ricordo ovunque potremo.

Perché tutti conoscano la storia di quella ragazza di 17 anni che sopravvisse a una fucilazione fascista e scelse di continuare a combattere.

E perché attraverso di te continui a vivere anche la memoria di tutti gli uomini e le donne che ci hanno indicato la via.

Ciao Nunziatina.

La morte, quella volta, passò da te e andò oltre.

La tua storia, invece, resta qui con noi.

La storia di Nunziatina è raccontata nella puntata 5 del nostro podcast.

Nonostante la Romagna sia la terra natale di Benito Mussolini, il fascismo qui si affermò inizialmente con difficoltà e più tardi rispetto ad altre zone d’Italia e alle vicine province emiliane, come Bologna e Ferrara.

Le date e i numeri raccontano una storia molto diversa dalla successiva retorica propagandistica della “terra del Duce”.

A Forlì il primo Fascio di combattimento venne fondato il 10 marzo 1921, mentre la Federazione fascista provinciale nacque soltanto il 13 settembre dell’anno successivo.

La Federazione forlivese contava, insieme a quella cesenate, appena 300 iscritti.

Nei mesi successivi scesero addirittura a 215, nonostante nel frattempo fosse nata anche la sezione riminese.

Al 30 aprile 1922, soltanto due federazioni fasciste in tutta Italia risultavano più esigue: quelle di Benevento e Pesaro-Urbino.

Numeri particolarmente significativi se pensiamo che stiamo parlando della provincia in cui era nato l’uomo che sarebbe diventato il capo del fascismo.

Le difficoltà incontrate dal movimento fascista nell’organizzarsi e radicarsi in questa terra erano legate anche alle fortissime tradizioni repubblicane e socialiste della Romagna e a una politicizzazione popolare che aveva pochi equivalenti nel panorama nazionale.

Un territorio attraversato da leghe, cooperative, organizzazioni operaie e contadine, circoli politici e da una lunga tradizione radicale che costituì inizialmente un argine all’espansione dello squadrismo.

Il rapporto del mondo repubblicano con il fascismo fu però complesso e contraddittorio.

Una parte dei repubblicani, soprattutto nella prima fase, guardò con ambiguità allo squadrismo e in alcuni casi arrivò ad appoggiarne le azioni, accomunata ai fascisti dall’opposizione al cosiddetto “bolscevismo”.

Ma molti altri, soprattutto tra i più giovani, non si lasciarono trascinare verso il fascismo e continuarono a opporsi alle camicie nere.

Tra loro c’era Giovanni Arfelli.

Aveva appena 18 anni quando, nel dicembre del 1923, incontrò un gruppo di fascisti in Corso Mazzini a Forlì.

Arfelli gridò:

«Viva la Repubblica!»

Per quel grido venne ucciso.

Le autorità impedirono che i suoi funerali diventassero una manifestazione pubblica, ma il divieto provocò tensioni e disordini in città.

E il fascismo non riuscì a cancellare il suo nome.

Negli anni della dittatura, mentre ogni opposizione pubblica veniva repressa, Giovanni Arfelli continuò a vivere in una canzone clandestina.

A comporla e cantarla erano le operaie delle filande forlivesi.

Durante il lavoro ne scandivano il ritmo battendo gli zoccoli.

Così, nella stessa terra che il regime avrebbe trasformato nella patria simbolica del Duce, il nome di un ragazzo ucciso per aver gridato «Viva la Repubblica» continuava a risuonare clandestinamente tra le operaie.

La propaganda poteva chiamarla “terra del Duce”.

Ma sotto quella propaganda continuava a battere un’altra Romagna.

«Ricordo la volta che andavo da Forlì a Cesena con il giovane partigiano Luciano Lama.

Era estate, indossavamo solo abiti leggeri e lui aveva la pistola infilata dietro, sotto la camicia.

Prima di arrivare al posto di blocco, formato da tedeschi e fascisti insieme, gli dissi: “Dai Luciano, passami la pistola che la metto nella borsa insieme alle altre armi e dopo te la rendo. Inutile rischiare in due”.

Ma lui disse di no e andò avanti.

Io passai. Lama fu fermato e pensai: “Siamo fregati”.

Il tedesco lo palpò appena e gli fece segno di procedere. Il fascista chiese di perquisirlo pure lui, ma l’altro gli disse in malo modo di no, che aveva già fatto. Litigarono anche.

Ma intanto noi andammo via così.

“Dove avevi la pistola?”, chiesi incredula a Luciano.

“Qui”, mi rispose indicando i pantaloni.

“L’ha sentita e ci ha fatto andare lo stesso.”

Abbiamo ripensato spesso a quell’episodio: per fare dispetto al fascista, il tedesco lasciò passare un partigiano.»

A raccontare questo episodio è Ida Valbonesi “Idina”, responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna e staffetta partigiana dell’8ª Brigata Garibaldi “Romagna” e del CUMER.

Una piccola storia, quasi incredibile, dentro una guerra in cui bastavano una perquisizione fatta meglio, una mano spostata di pochi centimetri o un ordine diverso per essere arrestati e magari non tornare più a casa.

Ma il racconto di Idina restituisce anche un’immagine precisa dei rapporti tra occupanti tedeschi e fascisti della Repubblica Sociale: un’alleanza segnata da una profonda subordinazione politica e militare del fascismo repubblicano alla Germania nazista.

In quell’occasione fu addirittura un contrasto tra un tedesco e un fascista a salvare involontariamente la vita di un giovane partigiano che, molti anni dopo, sarebbe diventato uno dei più importanti dirigenti sindacali italiani.

Luciano Lama aveva una pistola addosso.

Il tedesco l’aveva sentita.

E pur di non dare soddisfazione al fascista, lo lasciò andare.

Servi di tutti, patrioti del niente.

Questa è una bella storia.

Qualche tempo fa ci ha contattato @naadje_78.

Ci aveva trovati per caso mentre cercava notizie sulla propria nonna partigiana.

Guardando le nostre immagini si era accorta di una cosa incredibile: la donna ritratta sulla maglietta che avevamo fatto stampare era proprio sua nonna.

Quella donna era Giuseppina Venturini, partigiana combattente dell’Appennino romagnolo.

Increduli e felicemente sorpresi abbiamo iniziato a scriverci, scambiandoci fotografie, documenti e pagine di libri che raccontavano la storia di Giuseppina.

Abbiamo scoperto così che anche sua nipote porta con sé un pezzo di quella storia: si chiama Nadia, proprio come il nome di battaglia scelto dalla nonna durante la Resistenza.

Nadia non vive in Italia, ma siamo riusciti a spedirle quella maglietta insieme a qualche piccola sorpresa.

Oggi il pacco è arrivato a destinazione.

È difficile descrivere l’emozione che ci ha trasmesso nel ringraziarci per quello che facciamo, per aver scelto sua nonna come uno dei volti di Romagna Ribelle e per aver raccontato la sua storia e quella di suo nonno Sergej Sorokin “Sergio”.

Noi siamo sicuri che prima o poi ci incontreremo.

Magari proprio a Santa Sofia, tra quelle montagne dove Nadia e Sergio combatterono insieme, si innamorarono e condivisero uno dei periodi più incredibili delle loro vite.

Ma questa storia ci ricorda soprattutto una cosa.

Siamo ancora in tempo.

Siamo ancora in tempo per raccogliere i ricordi di chi ha vissuto quegli anni prima che scompaiano definitivamente.

Attraverso figli, nipoti, fotografie conservate nei cassetti, lettere, racconti familiari e vecchi documenti possiamo ancora ricostruire le vite di chi combatté su quelle montagne.

Fatelo.

Facciamolo per i nostri nonni e le nostre nonne.
Per i padri e le madri che non ci sono più.
Per chi ha combattuto, per chi ha nascosto un partigiano, per chi ha portato un messaggio, un pezzo di pane o un’arma attraverso un bosco.

Facciamolo perché la memoria non diventi qualcosa di immobile, innocuo e lontano.

Facciamolo anche per contrastare chi ancora oggi prova a cancellare, riscrivere o addomesticare quella storia.

Riprendiamoci le storie che ci appartengono.

Riportiamo in vita i cuori che battevano tra le montagne.

Perché qualche volta basta una fotografia stampata su una maglietta perché un filo spezzato da ottant’anni torni improvvisamente a unirsi.

W la Resistenza.
Morte al fascismo.

Se n’è andato ieri, a 99 anni, il partigiano Spartaco Corbara.

Nato il 14 giugno 1927 a Ricò di Meldola, dopo la quinta elementare aveva iniziato giovanissimo a lavorare come operaio.

Il 15 febbraio 1944, a soli 16 anni, si unì ai partigiani della 8ª Brigata Garibaldi “Romagna”.

In quei mesi duri e splendenti partecipò alla difesa della base partigiana di Pieve di Rivoschio contro l’attacco tedesco e, nei mesi successivi, all’avanzata attraverso la Val Bidente, passando per San Zeno, Galeata, Civitella, Cusercoli e infine Meldola.

Qui l’8ª Brigata arrivò nell’ottobre del 1944, preparandosi a proseguire verso Forlì.

Ma gli Alleati impedirono alla formazione di continuare autonomamente l’avanzata verso la città e la Brigata rimase a Meldola fino alla successiva smobilitazione.

Spartaco aveva 17 anni.

Dopo la guerra tornò alla vita civile.

Timido e riservato, creò una piccola impresa di muratori e preferì rimanere lontano dai riflettori.

Con lui perdiamo l’ultimo partigiano combattente dell’8ª Brigata Garibaldi “Romagna”.

Ma non vogliamo soltanto ricordarlo.

Vogliamo raccogliere la sua eredità come un sentiero da continuare a percorrere.

Perché a 17 anni Spartaco fece una scelta. Scelse da che parte stare. Scelse di salire sui monti e combattere insieme a uomini e donne che immaginavano un futuro diverso da quello che fascismo e guerra avevano preparato per loro.

Oggi possiamo soltanto dirgli grazie.

Ciao Spartaco.

Grazie per quello che hai fatto a 17 anni.
Grazie per averci indicato la via.

E oggi ti ricordiamo così, consapevoli che nessuna morte può far smettere di fischiare il vento.

Tra i partigiani romagnoli che combatterono lontano dalla propria terra c’è Sergio Tavernari, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

È nato a Forlì, ma studia all’Università di Bologna, dove si laurea in Giurisprudenza.

Dopo l’8 settembre 1943 sceglie la Resistenza, entrando nella formazione bolognese “P. Poet” e svolgendo delicati compiti di collegamento tra le diverse formazioni partigiane emiliane.

È perfettamente consapevole dei rischi a cui va incontro.

Decide quindi di raggiungere il Sud Italia a bordo di un motoscafo MAS e mettersi al servizio degli Alleati.

Passa da Pescara e Bari. Il Comando alleato decide di addestrarlo e poi rimandarlo clandestinamente al Nord.

La destinazione è Milano.

Qui trova rifugio nella zona di Magenta portando con sé tutto il necessario per trasmettere via radio.

Il suo compito è estremamente pericoloso: inviare messaggi cifrati agli Alleati e comunicare informazioni sulle posizioni e sui movimenti tedeschi.

Con lui opera il telegrafista triestino Gastone Piccinini, che era già riuscito a fuggire da una precedente cattura mettendo in salvo anche la ricetrasmittente.

È il 20 maggio 1944.

A causa della segnalazione di un vicino, i tedeschi individuano il loro rifugio proprio mentre i due stanno trasmettendo.

Non c’è tempo.

Tavernari e Piccinini cercano immediatamente di distruggere le apparecchiature e il materiale compromettente, mentre tra l’edificio e la strada comincia una sparatoria.

I due resistono fino a quando hanno munizioni.

Poi rimangono intrappolati.

Non possono fuggire e sanno cosa potrebbe significare essere catturati vivi: interrogatori, torture e il rischio di compromettere l’intera rete clandestina.

Scelgono di non arrendersi.

Si barricano nell’edificio, raggiungono il tetto e, secondo la ricostruzione tramandata dell’episodio, si lanciano nel vuoto abbracciati, gridando «Viva l’Italia!».

Sergio Tavernari muore nell’impatto.

Gastone Piccinini, invece, sopravvive.

La motivazione della decorazione che gli verrà conferita descriverà così quei momenti:

«Con le membra orribilmente sfracellate e la spina dorsale fratturata ma ancora vivo».

I tedeschi lo raccolgono nella speranza di riuscire a ottenere informazioni sull’organizzazione clandestina.

Piccinini non parla.

Sarà successivamente liberato dai suoi compagni, che lo porteranno via a braccia.

La motivazione della sua medaglia consegnerà alla memoria anche un’ultima, potentissima immagine:

«Le membra inesorabilmente e per sempre spezzate, nella smagliante luce del sole d’Italia.»

Sergio Tavernari era partito da Forlì.

Aveva attraversato Bologna e il Sud, era stato addestrato dagli Alleati ed era tornato clandestinamente al Nord per continuare a combattere.

La sua guerra finì il 20 maggio 1944, su un tetto di Milano.

Quella di Gastone Piccinini continuò, portando per sempre sul proprio corpo il segno di quel giorno.

L’inizio della Resistenza faentina coincide con la nascita di un gruppo di ribelli che si fa chiamare “La Scansi”.

Il gruppo si forma alle Case Grandi di Faenza, dove vengono raccolte armi, munizioni e materiale recuperato dalle caserme abbandonate dopo l’8 settembre.

Dopo le prime azioni contro sedi e ritrovi fascisti, una parte degli uomini si sposta sulle colline del Samoggia e da lì risale l’Appennino fino a Rocca San Casciano.

Qui i ribelli assaltano il carcere, liberano i detenuti politici e si impossessano di un autocarro militare.

Insieme al camion recuperano anche cinque divise della Milizia.

È tutto quello che serve per dare inizio a una delle storie più spericolate dei primi mesi della Resistenza romagnola.

Nasce la leggenda del “camion fantasma”.

Si tratta di fatto di un GAP motorizzato formato da Marx Emiliani, Amerigo Donatini, Dino Ciani e Matteo Molignoni, ai quali per un breve periodo si unisce anche Silvio Corbari.

Sono pochi, si muovono rapidamente e soprattutto non combattono come un reparto militare tradizionale.

Arrivano, colpiscono e spariscono.

Le loro azioni sono rapide, imprevedibili e spesso costruite sull’inganno.

Il bilancio attribuito al gruppo parla di nove caserme espugnate e di un numero imprecisato di posti di blocco neutralizzati.

Il metodo è tanto semplice quanto spregiudicato.

Grazie alle uniformi si avvicinano senza destare sospetti. Salutino militare, qualche parola, magari una sigaretta offerta agli uomini di guardia.

Poi scatta l’azione.

I fascisti vengono disarmati e, secondo i racconti tramandati su quelle imprese, qualche volta spediti per i campi in mutande.

Il 2 novembre 1943 il vecchio camion è ormai ridotto a un rottame.

Lo sostituiscono con due mezzi: un’Aprilia e un furgoncino Fiat Topolino.

Con quelli tentano l’assalto alla caserma di Conselice e successivamente raggiungono la villa di Aldo Avoni, esponente fascista di Medicina.

Ancora una volta è il travestimento a funzionare.

Vengono accolti nella villa e riescono persino a sedersi a tavola.

Durante la cena, però, Avoni comincia a insospettirsi e riesce ad avvertire i carabinieri.

Quando questi arrivano sul posto scoppia una sparatoria, dalla quale i ribelli riescono ancora una volta a uscire.

Ma ormai il cerchio comincia a stringersi.

Il gruppo rientra verso Faenza e decide di separarsi.

Pochi giorni dopo Amerigo Donatini e Marx Emiliani vengono individuati, catturati, torturati e infine fucilati al poligono di tiro di Bologna.

L’esperienza del camion fantasma è durata pochissimo.

Ma quelle settimane hanno mostrato una forma di guerriglia completamente diversa: pochi uomini, mobilità, travestimenti, sorpresa, autonomia e azioni rapidissime.

Tra gli uomini che avevano partecipato a quella esperienza c’era anche Silvio Corbari.

E proprio quel modo di combattere sembra anticipare molti dei caratteri che renderanno famosa la sua futura formazione: piccoli gruppi, libertà d’azione, audacia e una continua ricerca dell’effetto sorpresa.

Il camion fantasma scomparve dalle strade.

Ma una parte della sua leggenda avrebbe continuato a correre sui monti insieme alla Banda Corbari.

8 maggio 1945. La Germania ha firmato la resa. La guerra in Europa è finita.

A Forlì sarà il bibliotecario Antonio Mambelli a lasciare nel suo diario il racconto di quella giornata:

«La città è imbandierata, strisce multicolore inneggiano alla pace, ai partigiani e alle armate gloriose. Verso le 16 sono affluiti in piazza i cortei con le bandiere rosse e da una finestra del palazzo civico hanno parlato i responsabili dei partiti.

Zanelli, comunista, dopo aver affermato che 500 partigiani sono caduti in provincia di Forlì, ha rivolto agli Alleati un invito ad andarsene. Una certa impressione ha prodotto anche il suo incitamento ad uccidere i fascisti per le strade e a prendere i soldi dove sono. Ha detto che se ne assumeva lui la responsabilità.»

La guerra è finita, ma la resa dei conti con il fascismo è appena cominciata.

Tre giorni dopo, durante una riunione del CLN, Adamo Zanelli torna sulla questione.

L’epurazione, sostiene, non sta funzionando. Fascisti compromessi con il regime continuano a circolare indisturbati e sembra difficile intervenire persino contro coloro che stanno rientrando dopo essere fuggiti verso nord.

Il suo avvertimento è chiarissimo:

«Se l’epurazione non verrà fatta dagli organi competenti, questa sarà fatta dal popolo.»

Non è soltanto una minaccia.

In quelle settimane, in tutta la Romagna, la giustizia istituzionale e la giustizia sommaria finiscono spesso per sovrapporsi.

Alcuni appartenenti alla Brigata Nera, accusati di omicidi, torture e violenze compiute durante l’occupazione, vengono individuati in Veneto.

Un gruppo di partigiani parte dalla Romagna a bordo di un furgoncino rosso della fabbrica Becchi, li raggiunge e alcuni di loro vengono uccisi.

Negli stessi giorni altri fascisti vengono eliminati nel carcere di Cesena. Altri ancora vengono bastonati o aggrediti per strada.

È una delle pagine più difficili da raccontare del dopoguerra.

Per comprenderla bisogna tornare a quello che era successo nei mesi e negli anni precedenti.

Case incendiate. Arresti. Torture. Fucilazioni. Familiari uccisi. Donne picchiate. Persone trascinate fuori dalle proprie abitazioni e mai più tornate.

La Liberazione non aveva cancellato nulla di tutto questo.

E soprattutto non aveva cancellato la paura che chi si era macchiato di quei crimini potesse non pagare.

Con il passare dei mesi quella sensazione diventerà ancora più forte quando una parte degli uomini compromessi con il precedente regime riuscirà a evitare condanne definitive o a reinserirsi nell’amministrazione dello Stato, mentre anche numerosi ex partigiani finiranno sotto processo per fatti commessi durante e dopo la guerra.

Per alcuni resistenti, quello che stava nascendo non era il cambiamento per il quale avevano combattuto.

Qualcuno aveva consegnato le armi.

Qualcun altro le aveva nascoste.

E una minoranza decise di continuare ad agire, convinta che la Liberazione dal fascismo non fosse sufficiente se agli uomini che lo avevano rappresentato fosse stato permesso di tornare alla vita di prima.

Questo non trasforma le esecuzioni sommarie in processi né le vendette in sentenze.

Ma raccontare quei fatti senza raccontare le violenze fasciste che li precedettero, le aspettative rivoluzionarie di una parte della Resistenza e le difficoltà dell’epurazione significa perdere una parte fondamentale della storia del dopoguerra.

L’8 maggio 1945 la guerra era finita.

La battaglia su quale Italia dovesse nascere dalle sue macerie, invece, era appena cominciata.

«Se l’epurazione non verrà fatta dagli organi competenti, questa sarà fatta dal popolo.»

Foto: manifestazioni e funerali partigiani in Romagna.

In tanti non sanno che la compagna di Guido Picelli, l’uomo che nel 1922 guidò gli Arditi del Popolo sulle barricate di Parma contro lo squadrismo fascista di Italo Balbo, era romagnola.

Si chiamava Paolina Rocchetti ed era nata a Forlì il 6 ottobre 1900.

Dopo le barricate dell’Oltretorrente raggiunse Picelli al confino di Lipari, dove i due si sposarono nel 1927.

Ma Paolina non fu semplicemente “la moglie di Picelli”.

Nel 1932 contribuì a procurare i documenti falsi necessari per raggiungere Parigi insieme al marito e successivamente la Spagna, dove Picelli morì combattendo contro le forze franchiste alla testa di centinaia di volontari.

Ai funerali di Barcellona, Paolina era in prima fila.

Le venne consegnato un calco in gesso del volto del marito.

Da quel momento quella maschera diventerà quasi inseparabile da lei.

Tornata in esilio a Parigi, Paolina continuò a essere sorvegliata dall’OVRA. La polizia politica fascista seguiva i suoi spostamenti e intercettava anche le lettere che le arrivavano da Forlì.

Ovunque andasse portava con sé fotografie, ricordi e soprattutto il calco del volto di Guido.

Lo fece anche nel 1939, quando le venne consentito di rientrare in Italia, naturalmente sotto stretta sorveglianza.

La Prefettura di Forlì la descriveva così:

«Esalta la morte del marito, mostra le fotografie dei funerali e la maschera di lui, esplicitando una propaganda comunista.»

Ma Paolina aveva nemici anche all’interno dello stesso mondo antifascista.

In una lettera, un ex confinato arrivò ad accusarla di appartenere alla:

«Più fegatosa parrocchia di anarchici.»

Nel marzo del 1940 viene licenziata su pressione del fascio locale e schedata come sovversiva.

Trova successivamente impiego nell’ufficio delle proprietà agricole del Comune e trasforma anche quel lavoro in un’occasione politica, facendo propaganda antimilitarista tra i contadini.

Il 4 ottobre 1941, durante una retata nell’abitazione dell’operaia Teresa Valmori, viene trovata una fotografia di Guido Picelli con la firma di Paolina.

Viene arrestata, accusata anche di attività sovversiva e di promuovere scioperi.

Dopo un mese di carcere, le autorità decidono che a Forlì non può più rimanere.

Nei documenti fascisti viene descritta come:

«Fanatica sovversiva piena di odio verso il Duce.»

Il 6 dicembre 1941 viene spedita al confino a Casacalenda.

Ma persino lì viene considerata troppo pericolosa e successivamente trasferita a Ustica.

Due anni dopo viene liberata su disposizione del Comando Militare Alleato.

Decide di rimanere a Palermo, dove ricostruisce la propria vita, si risposa e trova lavoro.

Muore nel 1972.

Ma fino alla fine conserva qualcosa del marito e di quella vita trascorsa tra barricate, esilio, carcere, antifascismo e confino.

Non soltanto la sua maschera.

Per tutta la vita preferì infatti farsi chiamare Paolina Picelli.