La Resistenza non è un monumento
La parola Resistenza ha un significato.
Significa rabbia, conflitto, scelta, cambiamento.
È una parola che negli anni la politica e le istituzioni hanno spesso svuotato della sua forza. L’hanno addomesticata, disinnescata, trasformata in una celebrazione. In qualcosa da ricordare una volta all’anno, possibilmente senza disturbare troppo.
Ne hanno fatto un monumento inoffensivo.
Ma la memoria non serve a nulla se rimane confinata dentro una commemorazione.
La Resistenza è uno strumento. È un processo attivo, collettivo e quotidiano che deve essere mantenuto vivo e alimentato attraverso la partecipazione, il dissenso e la capacità di opporsi alle ingiustizie.
Per questo il 25 aprile vogliamo festeggiare la Liberazione ricordando anche una parte più scomoda della sua storia.
Ricordando quei giovani che, dopo aver combattuto il fascismo, non considerarono conclusa la propria battaglia il giorno della Liberazione.
Per molti di loro la Resistenza non significava soltanto cacciare tedeschi e fascisti. Significava immaginare una società diversa, più libera e più giusta.
Alcuni continuarono a lottare anche dopo la guerra. Alcuni finirono nuovamente sotto processo o in carcere. Altri si scontrarono con un Paese che, molto rapidamente, chiedeva loro di consegnare le armi, tornare a casa e smettere di essere partigiani.
Ma non tutti erano disposti a considerare il lavoro concluso.
Raccontare anche loro significa restituire alla Resistenza la sua dimensione politica, sociale e conflittuale.
Significa ricordare che chi salì in montagna non combatteva per diventare una fotografia su una lapide.
Combatteva perché voleva cambiare il mondo in cui viveva.
È questa la memoria che vogliamo tenere viva.
Non una memoria immobile.
Non una memoria addomesticata.
Non una memoria buona soltanto per le celebrazioni.
Una memoria che continua a prendere posizione.
W la Resistenza, sempre.
Viva il 25 aprile, tutti i giorni.






