Chi tradì la Banda Corbari
Il 18 agosto 1944 i corpi di Silvio Corbari, Iris Versari, Adriano Casadei e Arturo Spazzoli, nelle foto, furono appesi ai lampioni di Piazza Saffi a Forlì.
Dietro la cattura e la morte dei quattro partigiani ci fu anche una rete di tradimenti, infiltrazioni e collaborazioni che nel dopoguerra sarebbe finita al centro di procedimenti giudiziari.
Tra i nomi indicati nelle ricostruzioni giudiziarie compaiono Teseo Laghi, Antonio Benenati, Gianfranco Rossi e Cleade Rusticali.
Erano tutti italiani.
Teseo Laghi era un membro della GNR di Castrocaro. Si era aggregato alla Banda Corbari come infiltrato ed era stato presente a Ca’ Cornio, il luogo in cui il gruppo sarebbe stato catturato, pochi giorni prima dell’attacco.
Anche Gianfranco Rossi e Antonio Benenati si erano aggregati alla banda come infiltrati e avevano sottratto armi da Ca’ Cornio.
Rossi, in particolare, risultò presente anche durante l’attacco alla casa e la cattura dei partigiani.
Nel dopoguerra arrivarono le condanne.
Laghi venne condannato a 24 anni di reclusione, mentre Cleade Rusticali, madre di Rossi, ricevette una condanna a 20 anni.
Rossi e Benenati furono condannati a 18 anni, con una pena inferiore anche in considerazione della loro giovane età.
Le condanne erano legate al collaborazionismo.
Ma nessuno di loro avrebbe scontato integralmente quelle pene.
Intervenne l’amnistia.
Per Rossi, Benenati e Rusticali, che risultavano latitanti, vennero inoltre revocati i mandati di cattura.
La figura di Gianfranco Rossi, giovanissimo all’epoca dei fatti, emerge in maniera particolarmente dura dalle testimonianze raccolte nel dopoguerra: diversi testimoni lo descrissero come un traditore per indole.
Successivamente avrebbe seguito in Valle d’Aosta i fascisti del Battaglione IX Settembre, formazione coinvolta nell’attacco di Ca’ Cornio, partecipando secondo le ricostruzioni processuali ad altri episodi analoghi.
In seguito le sue tracce si perdono. Secondo alcune testimonianze sarebbe diventato cittadino francese, ma sulla sua vita successiva rimangono diverse incertezze.
Anche di Cleade Rusticali si hanno poche notizie certe. Nel dopoguerra un ex componente della Banda Corbari raccontò di averla vista a Napoli, ma anche in questo caso le informazioni successive sono frammentarie.
I processi riguardarono anche ciò che accadde dopo la morte dei quattro partigiani.
Giuseppe Medri, milite della GNR, venne condannato per vilipendio di cadavere per aver passato la corda attorno ai corpi dei partigiani destinati a essere appesi in piazza.
Il reato venne estinto per amnistia.
Analoga sorte per Edgardo Rosetti, appartenente alle Brigate Nere, accusato di aver tirato le corde utilizzate per l’esposizione dei cadaveri.
Anche in questo caso il reato venne estinto dall’amnistia.
Il 18 agosto 1944 i fascisti vollero trasformare quei quattro corpi appesi nel centro di Forlì in un avvertimento rivolto all’intera città.
Il dopoguerra provò ad attribuire nomi e responsabilità a chi aveva tradito, collaborato e partecipato a quella vicenda.
Arrivarono processi e condanne.
Poi arrivò l’amnistia.
E per alcuni dei protagonisti di quella storia, insieme alla libertà, arrivò anche la possibilità di scomparire quasi completamente dalle pagine successive.












