Bruno Neri, il calciatore che non alzò il braccio

Bruno Neri è un giovane calciatore di Faenza, la città dove vive e dove comincia a giocare da titolare nella squadra locale.

È bravo. Talmente bravo che nel 1929 viene acquistato dalla Fiorentina. Nel 1936 passa alla Lucchese e successivamente al Torino.

Nella sua carriera arriva anche a indossare per tre volte la maglia della Nazionale italiana.

La sua vita prosegue tra calcio e lavoro fino all’entrata in guerra dell’Italia, quando viene richiamato alle armi.

Ma dopo l’8 settembre 1943 Neri abbandona la divisa, torna a Faenza e sceglie la Resistenza.

Comincia a collaborare con il cugino Virgilio Neri e con gli ambienti dell’O.R.I. – Organizzazione Resistenza Italiana, partecipando alla delicata rete di collegamento tra partigiani e Alleati.

Nella primavera del 1944 prende forma l’idea di costituire una nuova formazione partigiana nella zona compresa tra quella di attività della Banda Corbari e quella della 36ª Brigata Garibaldi “Bianconcini”.

Il nuovo gruppo dovrà chiamarsi Battaglione Ravenna.

A guidarlo vengono indicati Vittorio Bellenghi “Nico”, anche lui sportivo, e lo stesso Bruno Neri, vicecomandante con il nome di battaglia “Berni”.

Il 10 luglio 1944, ricevuta notizia di un aviolancio nella zona del Monte Lavane, Neri e Bellenghi decidono di effettuare una ricognizione.

Arrivati nei pressi dell’eremo di Gamogna, vengono intercettati dai tedeschi.

Ne nasce uno scontro a fuoco.

Bruno Neri e Vittorio Bellenghi vengono uccisi.

Privati dei loro comandanti, gli uomini del Battaglione Ravenna confluiranno successivamente nella 36ª Brigata “Bianconcini”, guidati da Ivo Mazzanti.

Ma Bruno Neri sarebbe entrato nella storia anche per qualcosa accaduto molti anni prima della sua morte.

13 settembre 1931.

A Firenze si inaugura il nuovo stadio e circa 12.000 spettatori attendono l’inizio della partita tra la Fiorentina e una squadra viennese.

Prima del calcio d’inizio è previsto il consueto saluto alle autorità presenti.

Davanti ai gerarchi fascisti, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro.

Uno soltanto rimane immobile.

È Bruno Neri.

Le braccia restano lungo i fianchi.

Lo sguardo davanti a sé.

Nessun saluto romano.

Qualcuno immortala quel momento in una fotografia destinata a diventare una delle immagini più conosciute del rapporto tra sport e antifascismo italiano.

Anni dopo, quel calciatore che aveva tenuto le braccia lungo i fianchi avrebbe scelto di combattere il fascismo anche con un’arma e un nome di battaglia.

Berni.

Morì sui monti sopra la sua Romagna il 10 luglio 1944.

Aveva 33 anni.

Oggi lo stadio comunale di Faenza porta il suo nome.

Ma forse il monumento più potente rimane ancora quella fotografia.

Tutti con il braccio alzato.
Uno solo con le braccia lungo i fianchi.