Paolina Picelli, la romagnola che non smise mai di essere sovversiva
In tanti non sanno che la compagna di Guido Picelli, l’uomo che nel 1922 guidò gli Arditi del Popolo sulle barricate di Parma contro lo squadrismo fascista di Italo Balbo, era romagnola.
Si chiamava Paolina Rocchetti ed era nata a Forlì il 6 ottobre 1900.
Dopo le barricate dell’Oltretorrente raggiunse Picelli al confino di Lipari, dove i due si sposarono nel 1927.
Ma Paolina non fu semplicemente “la moglie di Picelli”.
Nel 1932 contribuì a procurare i documenti falsi necessari per raggiungere Parigi insieme al marito e successivamente la Spagna, dove Picelli morì combattendo contro le forze franchiste alla testa di centinaia di volontari.
Ai funerali di Barcellona, Paolina era in prima fila.
Le venne consegnato un calco in gesso del volto del marito.
Da quel momento quella maschera diventerà quasi inseparabile da lei.
Tornata in esilio a Parigi, Paolina continuò a essere sorvegliata dall’OVRA. La polizia politica fascista seguiva i suoi spostamenti e intercettava anche le lettere che le arrivavano da Forlì.
Ovunque andasse portava con sé fotografie, ricordi e soprattutto il calco del volto di Guido.
Lo fece anche nel 1939, quando le venne consentito di rientrare in Italia, naturalmente sotto stretta sorveglianza.
La Prefettura di Forlì la descriveva così:
«Esalta la morte del marito, mostra le fotografie dei funerali e la maschera di lui, esplicitando una propaganda comunista.»
Ma Paolina aveva nemici anche all’interno dello stesso mondo antifascista.
In una lettera, un ex confinato arrivò ad accusarla di appartenere alla:
«Più fegatosa parrocchia di anarchici.»
Nel marzo del 1940 viene licenziata su pressione del fascio locale e schedata come sovversiva.
Trova successivamente impiego nell’ufficio delle proprietà agricole del Comune e trasforma anche quel lavoro in un’occasione politica, facendo propaganda antimilitarista tra i contadini.
Il 4 ottobre 1941, durante una retata nell’abitazione dell’operaia Teresa Valmori, viene trovata una fotografia di Guido Picelli con la firma di Paolina.
Viene arrestata, accusata anche di attività sovversiva e di promuovere scioperi.
Dopo un mese di carcere, le autorità decidono che a Forlì non può più rimanere.
Nei documenti fascisti viene descritta come:
«Fanatica sovversiva piena di odio verso il Duce.»
Il 6 dicembre 1941 viene spedita al confino a Casacalenda.
Ma persino lì viene considerata troppo pericolosa e successivamente trasferita a Ustica.
Due anni dopo viene liberata su disposizione del Comando Militare Alleato.
Decide di rimanere a Palermo, dove ricostruisce la propria vita, si risposa e trova lavoro.
Muore nel 1972.
Ma fino alla fine conserva qualcosa del marito e di quella vita trascorsa tra barricate, esilio, carcere, antifascismo e confino.
Non soltanto la sua maschera.
Per tutta la vita preferì infatti farsi chiamare Paolina Picelli.
















