Un ruolo fondamentale, spesso poco ricordato, è quello degli uomini e delle donne che parteciparono alla Resistenza come medici e infermieri.
Ruoli rischiosissimi, perché chi non era aggregato stabilmente alle formazioni partigiane doveva procurarsi medicinali, raggiungere i feriti e curarli mentre erano nascosti in grotte, anfratti o altri luoghi difficilmente raggiungibili.
Esistevano però anche delle vere e proprie infermerie partigiane. Una di queste si trovava nella sede del dopolavoro di Capanne di Verghereto.
Tonino Rondoni era l’infermiere che si occupava dei 25 feriti raccolti lì. Il suo soprannome era Acciaio, era nato a Pievequinta nel 1923 ed era conosciuto tra i ribelli per i suoi spavaldi interventi chirurgici e, soprattutto, per aver inventato uno strumento utilizzato per spezzare l’avambraccio dei giovani che non volevano rispondere ai richiami alle armi.
Marcando visita potevano così approfittare del periodo trascorso in ospedale per scappare, nascondersi o unirsi ai partigiani in montagna.
Quando l’infermeria di Capanne fu scoperta dai tedeschi, Acciaio fu uno degli ultimi a lasciare il luogo. Chi riuscì se ne andò con il gruppo, mentre gli altri rimasero sperando nel destino.
“Fu un errore. Si aspettò troppo tempo per decidere e quando gli eventi stavano precipitando non c’erano mezzi per trasportare i feriti.”
I tedeschi irruppero con violenza. Uccisero due pazienti con il calcio del fucile, poi si accanirono sugli altri, costringendoli ad alzarsi e a raggiungere Calanco, dove si scontrarono con i partigiani e fucilarono i pazienti ancora vivi.
Secondo la testimonianza di Pino Amadori, l’irruzione nell’infermeria fu provocata da una spia:
“Era uno che lo chiamavano Strano. Questo qui è stato dieci giorni in prigione, poi l’hanno rilasciato ed è andato in montagna e ha fregato ancora altri. Alle Capanne la spia la fece lui, dove c’erano quelli che erano ammalati. Lui lo sapeva.”






























































