Un ruolo fondamentale, spesso poco ricordato, è quello degli uomini e delle donne che parteciparono alla Resistenza come medici e infermieri.

Ruoli rischiosissimi, perché chi non era aggregato stabilmente alle formazioni partigiane doveva procurarsi medicinali, raggiungere i feriti e curarli mentre erano nascosti in grotte, anfratti o altri luoghi difficilmente raggiungibili.

Esistevano però anche delle vere e proprie infermerie partigiane. Una di queste si trovava nella sede del dopolavoro di Capanne di Verghereto.

Tonino Rondoni era l’infermiere che si occupava dei 25 feriti raccolti lì. Il suo soprannome era Acciaio, era nato a Pievequinta nel 1923 ed era conosciuto tra i ribelli per i suoi spavaldi interventi chirurgici e, soprattutto, per aver inventato uno strumento utilizzato per spezzare l’avambraccio dei giovani che non volevano rispondere ai richiami alle armi.

Marcando visita potevano così approfittare del periodo trascorso in ospedale per scappare, nascondersi o unirsi ai partigiani in montagna.

Quando l’infermeria di Capanne fu scoperta dai tedeschi, Acciaio fu uno degli ultimi a lasciare il luogo. Chi riuscì se ne andò con il gruppo, mentre gli altri rimasero sperando nel destino.

“Fu un errore. Si aspettò troppo tempo per decidere e quando gli eventi stavano precipitando non c’erano mezzi per trasportare i feriti.”

I tedeschi irruppero con violenza. Uccisero due pazienti con il calcio del fucile, poi si accanirono sugli altri, costringendoli ad alzarsi e a raggiungere Calanco, dove si scontrarono con i partigiani e fucilarono i pazienti ancora vivi.

Secondo la testimonianza di Pino Amadori, l’irruzione nell’infermeria fu provocata da una spia:

“Era uno che lo chiamavano Strano. Questo qui è stato dieci giorni in prigione, poi l’hanno rilasciato ed è andato in montagna e ha fregato ancora altri. Alle Capanne la spia la fece lui, dove c’erano quelli che erano ammalati. Lui lo sapeva.”

Sono le 13.30 del 10 febbraio 1944 e nella campagna forlivese il vento soffia forte e gelido.

Da dieci giorni il commissario federale del Partito Fascista è Arturo Capanni. La nomina ha creato un po’ di sorpresa perché il fratello era stato ucciso a bastonate dai fascisti nel 1924.

Capanni è in bicicletta e ha da poco superato la frazione di San Varano. La sua casa è l’ultima, poche centinaia di metri oltre il paese.

Di fronte a lui appare un autocarro. Non si meraviglia: è un mezzo che percorre spesso quel tratto. Quello che non sa è che in coda ci sono due uomini in bicicletta, col bavero alzato e una mano sotto la giacca.

Una volta accanto partono due colpi secchi e il fascista cade senza vita.

Si sparge subito la voce che sia stato il famoso Corbari, ma a fare fuoco sono i partigiani dei GAP di Forlì, che da giorni controllano i movimenti del federale.

Partono immediatamente fermi e arresti tra gli antifascisti. I tedeschi sono pronti alla rappresaglia ma questa non avviene, si dice, per l’intervento della vedova Capanni.

Viene invece diramato il divieto di circolare in bicicletta, creando un malumore che in pochi giorni si trasforma in uno sciopero a oltranza.

Il mezzo a due ruote non solo permette di raggiungere i luoghi di lavoro, ma è anche un prezioso alleato di staffette e partigiani.

Nonostante l’assenza dal lavoro sia punibile con la morte, il 17 febbraio centinaia di operaie e operai abbandonano compatti le fabbriche forlivesi.

La protesta dura tre giorni e riesce a ottenere la revoca del decreto e la scarcerazione degli arrestati.

Per la prima volta i fascisti mostrano le loro debolezze e il popolo comprende che l’organizzazione dei lavoratori può essere un’arma micidiale.

Foto: la chiesa di San Varano colpita dai bombardamenti.

Mezzanotte del 10 febbraio 1944. Tre individui si presentano al carcere di Cesena qualificandosi come poliziotti, pronti a consegnare un ribelle appena catturato.

Provengono da una casa ai piedi di via Diavolessa. L’agente di guardia apre e si vede catapultare dentro venti uomini mascherati.

Sono i partigiani dei GAP di Cesena e il loro obiettivo è liberare i compagni detenuti, tra i quali Ezio Casadei, che fa da collegamento tra i partigiani di montagna e i gappisti di pianura.

L’azione è rischiosa: a poche centinaia di metri ci sono la caserma dei militi e la sede del comando tedesco.

Così descriverà l’episodio il cronista Antonio Mambelli:

“Sembra che gli autori del colpo di mano disponessero di un torpedone della Sita messo in moto a fanali accesi. Fermati a una porta della città da soldati tedeschi, avrebbero mostrato loro i fucili mitragliatori in modo da proseguire indisturbati.

Il popolo attribuisce questa impresa a un partigiano misterioso che si trova in cento guise, disinvolto, audacissimo, che chiamano Corbara e sarebbe faentino.”

In realtà, Corbari non prende parte all’azione e non è presente nemmeno un pullman della Sita.

Ciò che già esiste, invece, è l’alone di leggenda che vede il ribelle faentino presente in più luoghi contemporaneamente, capace di scatenare l’ammirazione del popolo e di mettere paura alle autorità soltanto a sentirne il nome:

Curbéra.

Foto: il carcere della Rocca; Ezio Casadei; la base partigiana in via Diavolessa.

Annunziata Verità ha un nome di battaglia: Mallì, ma tutti la conoscono come Nunziatina.

È il 12 agosto del ’44 ed è appena stata fermata presso Marzeno con l’accusa di complicità con i ribelli. Interrogata a schiaffi, all’alba viene portata al cimitero di Rivalta, legata ad altri quattro e messa faccia al muro.

A sparare sono i fascisti della Brigata Nera di Faenza.

Nunziatina viene colpita alle braccia, ma è ancora viva, nascosta sotto i corpi dei compagni uccisi. Anche il colpo di grazia va a vuoto: le sfregia la tempia e il proiettile si pianta a terra.

Una volta rimasta sola, strappa la corda con i denti e raggiunge le colline dove si trova Corbari.

Lui la vede e la riconosce. È furibondo. Vuole armare la banda e scendere su Marzeno per assaltare il comando fascista.

Lei lo ferma.

Sa chi ha premuto il grilletto. Conosce nomi e cognomi.

Nunziatina rientra in pianura e si unisce ai GAP faentini.

Dopo la guerra partecipa a decine di processi, ma i suoi assassini ne escono sempre impuniti, strafottenti, liberi.

Così decide di andarli a cercare. Li affronta faccia a faccia: qualcuno si vergogna, qualcuno scappa, qualcuno si nasconde. Uno arriva a confidarle di avere ancora un proiettile per lei.

Oggi quei vigliacchi sono tutti morti. Lei invece è ancora qui, con le sue ferite alle braccia e gli occhi scuri.

Ha compiuto 99 anni due giorni fa, dimostrando a tutti che, oltre a un manipolo di codardi assassini, Nunziatina è riuscita a fare fuggire anche la morte.

Foto 2: Annunziata Verità nel luogo della fucilazione, qualche anno fa.

Il 2 febbraio ’44 la Brigata Garibaldi Romagnola raggiunge la località Corniolo, isolata dalla neve, e organizza una zona libera.

A guidarla è Riccardo Fedel, il comandante “Libero”. Lui e i suoi uomini non lo sanno, ma stanno creando il primo governo alternativo a quello della RSI.

Il territorio amministrato comprende parte dei Comuni di Santa Sofia, Premilcuore e Bagno di Romagna. Il comando si installa nel palazzo di un agrario e posti di blocco presidiano le strade fuori dal paese.

Per la prima volta, la vita viene organizzata secondo i principi dell’autogoverno.

Già il 16 gennaio Libero ha fatto affiggere nei dintorni un manifesto che rivela il “contropotere” che i partigiani stanno costruendo: per bestiame e grano offrono ai contadini il doppio di quanto fissato dai fascisti.

Alla popolazione vengono spiegati i motivi della lotta, viene data assistenza all’asilo infantile e alle famiglie più povere. L’ufficio postale e la vita civile continuano a funzionare regolarmente.

L’esperienza dura appena 20 giorni, ma ancora oggi negli ambienti antifascisti se ne parla pochissimo.

La causa è anche il dibattito mai chiuso sulla figura di Libero, che sarà sostituito al comando, accusato di gravi responsabilità e successivamente eliminato. Una vicenda complessa e controversa che finirà per pesare anche sulla memoria dell’esperienza del Corniolo.

A noi resta il compito di tramandare quello che viene ricordato come uno dei primissimi esempi di Repubblica Partigiana d’Italia, la cui storia meriterebbe di essere finalmente raccontata e ufficialmente riconosciuta.

Foto: monumento ai caduti; Riccardo Fedel “Libero”; la piazza di Corniolo negli anni ’30.

È il 9 gennaio del ’44 quando 30 partigiani entrano a Tredozio e occupano il paese.

Hanno poche armi e sono giovanissimi, ma in giro si parla già di loro. Soprattutto del loro comandante, Silvio Corbari.

Tredozio viene tenuta fino al 20 gennaio. Corbari ordina il prelievo dei fondi bancari, la distribuzione del denaro ai più poveri, la distruzione delle liste di leva e dei registri delle tasse e la consegna del grano alla popolazione.

Dal balcone comunale annuncia la nascita del libero comune di Tredozio e spinge i proprietari agricoli ad assumere i braccianti disoccupati.

I fascisti fuggono e tutto avviene in modo spontaneo e istintivo, quasi senza considerare il grande effetto psicologico che un’azione del genere avrà sui civili e tra gli stessi partigiani.

Dieci giorni di occupazione, però, “sono troppi” e le conseguenze non si fanno attendere.

All’alba del 20 gennaio tre colonne tedesche attaccano Ca’ Morelli, dove è acquartierata parte del gruppo. Uccidono tre partigiani e ne fanno 20 prigionieri.

Tra loro c’è Aldo Celli, uno dei fondatori della formazione. Sette saranno fucilati, gli altri mandati in Germania.

La formazione però sopravvive e prende il nome di Banda Corbari, diventando leggendaria in tutta la Romagna e dimostrando che anche un gruppo di ragazzi autonomi poteva cacciare i fascisti e mostrare che una società poteva essere gestita dal basso.

Foto: Silvio Corbari con alcuni partigiani a Tredozio nei giorni dell’occupazione; Aldo Celli.

«Oggi ci siamo noi, ma domani ci sarete voi.»

Le parole di Mario Gordini escono lucide mentre fissa negli occhi il plotone d’esecuzione che, da lì a poco, colpirà a morte lui e il compagno Settimio Garavini.

Gordini è un contadino di Ravenna, membro clandestino del PCI, e ha già trascorso cinque anni di carcere come oppositore al fascismo.

È tra i primi organizzatori della Resistenza nel Ravennate, coordina le squadre armate operaie e il distaccamento GAP “Dino Sintoni”, con il quale, in pieno centro a Ravenna, attenta alla vita del console della Milizia Michele Troiano.

È presente anche alla nota riunione tenuta all’Hotel “Mare e Pineta” di Milano Marittima, che getta le basi per l’organizzazione delle formazioni partigiane romagnole.

Settimio Garavini è invece un muratore di Castiglione di Ravenna, ma è anche un dirigente del PCI, con il quale ha da poco organizzato una riunione del comitato clandestino presso la sua abitazione, nella zona delle Ville Unite.

Le cose però si mettono male. Una spiata fa giungere sul posto 70 carabinieri, che assaltano la casa e lo arrestano insieme ad altri compagni.

Poco prima era presente anche Gordini, scampato all’irruzione per puro caso, ma anch’egli viene successivamente catturato.

Condotti alle carceri di Forlì, la condanna a morte è immediata.

A Gordini sarà intitolata la 28ª Brigata Garibaldi, che entrerà a Ravenna sotto la guida di Falco e Bulow. A Garavini sarà invece dedicato un distaccamento operante nella zona di Cervia.

Prima di morire, Gordini riesce a gridare:

«Viva la libertà!»

Cade a terra ferito. Quando il comandante incaricato del colpo di grazia lo raggiunge, il partigiano raccoglie le ultime forze per lanciargli una pietra intrisa del proprio sangue.

Nelle foto: la 28ª Brigata Garibaldi; Mario Gordini e Settimio Garavini; la targa sul muro delle Casermette di Forlì; jeep alleate a Ravenna.

Gino Armaroli nasce a Sasso Marconi. Dopo il servizio militare entra nella Resistenza e, su invito del partigiano Mario, Sante Vincenzi, rientra nell’esercito come sabotatore.

Nel febbraio del ’44 sale sull’Appennino forlivese e si unisce all’8ª Brigata Garibaldi.

Il grande rastrellamento di aprile lo spinge verso le alture tra Imola e Faenza, dove si sta formando la 36ª Brigata Garibaldi “Bianconcini”. Armaroli ha appena 21 anni e in breve tempo diventa comandante di compagnia.

Con il suo gruppo partecipa ai violentissimi scontri di Monte Battaglia, sopra Casola Valsenio.

Così ricorderà quei giorni:

“Dopo alcuni giorni di aspri combattimenti, alcuni compagni si congiunsero con gli Alleati creando un fronte comune. La mia compagnia doveva proteggere lo schieramento dagli attacchi tedeschi, resistendo dentro le mura di un cimitero.

Per ricongiungerci alla brigata sfondammo le linee perdendo diversi uomini e sentendoci sparare addosso anche dagli americani. Fortunatamente durò poco e potemmo riunirci ai nostri.”

Verso la fine della battaglia, Armaroli viene colpito da una granata, ma continua a combattere finché il Moro, commissario politico, e Nino, vicecomandante, si accorgono che la gamba del compagno è ormai a penzoloni.

Lo caricano in spalla e riescono a portarlo al sicuro.

Armaroli sopravvive, ma all’ospedale da campo di Firenzuola gli viene amputato l’arto senza anestesia.

Nella prima foto lo vediamo al centro, mentre stringe il vessillo della sua compagnia, dedicato a Loredano Bettini, marmista e partigiano della 4ª Brigata Garibaldi morto in combattimento.

Foto: Bruno Vailati tra gli inglesi rifugiati in località Seghettina.

Ottobre 1943. Un gruppo di generali inglesi rifugiatosi sull’Appennino romagnolo ha da poco raggiunto il Sud Italia per ricollegarsi al proprio comando.

A guidarli nella trafila c’è un giovane di 24 anni. Si chiama Bruno Vailati, studente universitario nato ad Alessandria d’Egitto da padre italiano e madre egiziana.

L’8 settembre si era unito alla prima Resistenza romana, per poi spostarsi in Romagna dall’amico e compagno di studi Torquato Nanni Junior, figlio dell’avvocato socialista Torquato Nanni di Santa Sofia, uno dei promotori della prima Resistenza nella zona.

Vailati parla correntemente inglese, ha studiato e non manca di coraggio. Gli Alleati lo notano e decidono di addestrarlo nei servizi segreti dell’OSS.

Viene paracadutato nuovamente in Romagna nel luglio del ’44. La zona è quella dove opera l’8ª Brigata Garibaldi.

Durante l’atterraggio Vailati si frattura una caviglia e danneggia la radio che ha con sé, perdendo così lo strumento di collegamento con gli Alleati.

Le sue conoscenze, però, sono fondamentali e, con il nome di battaglia di Italo Morandi, diventa consigliere militare della formazione.

Sarà lui a dare una svolta alle azioni militari, istruendo i partigiani nell’uso degli esplosivi e delle tecniche di sabotaggio, in particolare nella realizzazione di campi minati con detonazione a distanza, temutissimi da tedeschi e fascisti.

A causa dell’infortunio guiderà le azioni in sella a un cavallo. La più celebre sarà la detonazione della grande polveriera tedesca di Civitella.

Alla fine di settembre viene nominato capo di stato maggiore della brigata e riallaccia i contatti con gli inglesi fino alla Liberazione di Forlì.

Dopo la guerra parlerà pochissimo della sua storia. Diventerà invece regista e documentarista del mondo marino.

Nel 1970 vincerà un David di Donatello con “Andrea Doria -74”, il primo documentario capace di mostrare il relitto del transatlantico italiano Andrea Doria.

Augusto Masetti e Antonio Moroni sono due militari di leva. Il primo è chiuso in manicomio per aver sparato a un colonnello, il secondo spedito in una compagnia di disciplina in quanto socialista rivoluzionario.

A favore della loro liberazione si allunga per le strade di Ancona un corteo antimilitarista. La polizia non riesce a contenerlo e spara, uccidendo tre dimostranti.

Siamo nel giugno del 1914 e, invece di placarsi, i disordini esplodono violentissimi anche fuori regione.

L’anarchico Errico Malatesta scriverà:

«Non sappiamo se vinceremo, ma è certo che la rivoluzione è scoppiata e va propagandosi. La Romagna è in fiamme.»

Ad Alfonsine e in tutta “la Bassa” i palazzi comunali vengono incendiati e sulle piazze si alzano gli alberi della libertà.

A Imola, Rimini e Faenza i binari dei treni vengono divelti; a Cesena le fiamme avvolgono le porte delle chiese. A Ravenna muore il commissario di pubblica sicurezza e le statue della Madonna vengono decapitate.

A Forlì è sciopero generale: chiudono botteghe, osterie, uffici e tabacchi. I gasisti lasciano spenti i lampioni e la città resta al buio e isolata.

Scrive il conte Guarini:

«Una turba di forsennati, approfittando del buio, appicca fuoco alla chiesa di San Mercuriale. I pompieri impediscono al fuoco di estendersi, non senza che la plebaglia fischiasse e tirasse sassi. Biciclette e automobili con bandiere rosse girano per portare notizie e fanno capo alla nuova Camera del Lavoro che sembra governi Forlì.»

I giorni di fuoco si spengono in fretta, ma entrano nella storia come “Settimana Rossa”, forse l’ultimo esempio di un’insurrezione esplosa in Italia con caratteri apertamente rivoluzionari.

Foto 1: Alfonsine, circolo monarchico devastato.
Foto 2: Alfonsine, il municipio dopo l’incendio.
Foto 3: Alfonsine, chiesa incendiata.
Foto 4: Fusignano, albero della libertà.
Foto 5: Fusignano, barricate costruite con i confessionali della chiesa.