Per rispondere alle violenze dello squadrismo, nel giugno del 1921 nacquero a Roma gli Arditi del Popolo, squadre di proletari con lo scopo di combattere il fascismo sul suo stesso terreno: quello dello scontro armato.

La tendenza anarchica del movimento portò i partiti socialista, comunista e repubblicano a prenderne le distanze.

In Romagna erano presenti sicuramente nel Ravennate e nel Riminese. Su Cesena si dice non fossero presenti, così come a Forlì, almeno secondo alcuni dirigenti comunisti che nel dopoguerra affermarono che ci furono alcune riunioni tra socialisti, comunisti e anarchici forlivesi, ma alla fine non se ne fece nulla.

In realtà, il 21 luglio 1921 “La Romagna Socialista” dava notizia della loro formazione anche a Forlì.

Negli stessi giorni, al funerale del comunista Pietro Casadei, ucciso durante alcuni scontri a Cesena, tramite un manifesto la famiglia ringraziò apertamente le squadre comuniste e gli Arditi del Popolo.

Il 28 agosto, su “La Lotta di Classe”, si parla nuovamente di loro:

“Abbiamo ricevuto un elenco di sottoscrizioni per Arditi del Popolo da Forlì.”

Lo studioso locale Elio Santarelli li descrisse come dei:

“gruppi paramilitari che a Forlì si costituirono nel luglio 1921 seguendo l’esempio di altre parti d’Italia”.

Anche “Il Pensiero Romagnolo” ne parlò, scrivendo che:

“alle bande fasciste si oppongono le bande proletarie”.

Per togliere ogni dubbio, ho trovato due volantini firmati proprio dagli Arditi del Popolo forlivesi.

Uno, del quale ho tagliato una lunga citazione nella parte centrale, chiamava il popolo a manifestare contro la pena inflitta agli anarchici Sacco e Vanzetti.

L’altro esprimeva indignazione per l’imminente patto di pacificazione tra socialisti e fascisti e annunciava la nascita del movimento in città e la sua precisa finalità:

“Rispondere con eguale violenza a tutte le violenze che saranno usate contro il popolo; adoperando gli stessi sistemi che finora sono stati adoperati contro di esso. La spietata ma necessaria legge del taglione sarà la nostra divisa!”

Il 24 marzo 1944, mentre a Roma si consumava l’eccidio delle Fosse Ardeatine, a Forlì cinque ragazzi venivano fucilati nel cortile della caserma “Ettore Muti” perché renitenti alla leva.

Il lunedì seguente, su indicazione dei comitati clandestini di fabbrica, le operaie e gli operai delle industrie fermarono la produzione.

La protesta prese forza guidata dalle donne che, contro le leggi imposte dal regime, si radunarono pubblicamente e in corteo raggiunsero la caserma. L’obiettivo era opporsi alla condanna a morte inflitta ad altri nove giovani.

La gente affollava via della Ripa, via Giovane Italia, la piazzetta della Chiesa della Trinità fino a via Maroncelli.

Pressati dalle popolane di Borgo Schiavonia, i militi fascisti furono presi dal panico e spararono, ferendo una manifestante. Ma la folla non indietreggiò e aumentò la protesta nel tentativo di occupare la caserma.

Si gridava:

“Liberate i nostri figli! Assassini! Servi dei tedeschi!”

Sorpreso da tanta determinazione, il Tribunale militare sospese la sentenza e il corteo si spostò verso la Prefettura, dove una delegazione di donne fu ricevuta e riuscì a far commutare la condanna a morte in carcere.

Le fabbriche cittadine intanto prolungarono lo sciopero fino al 28 marzo e la notizia si spinse fino alle città vicine.

Così scrissero le operaie della fabbrica Arrigoni di Cesena sul numero di luglio di “Noi Donne”:

“Carissime compagne di Forlì, noi donne di Cesena vi assicuriamo che l’esempio da voi datoci sarà seguito, le esortazioni e i consigli ascoltati. Faremo tutto il possibile per imitarvi, e benché giunte tardi, vi assicuriamo che sapremo riguadagnare il tempo perduto. La via che ci additate è bella e luminosa.”

“Nell’isola degli Spinaroni dormivamo per terra su dei teloni gommati che avevamo preso alla Callegari di Ravenna, che almeno eravamo isolati dall’umidità.

C’era un partigiano che quando qualcuno andava a casa, gli dava un biglietto per la famiglia o per la morosa. Lui non sapeva scrivere e faceva scrivere la stessa cosa a tutti noi e poi sceglieva il biglietto di quello che aveva scritto meglio il messaggio.

Lui non è più tornato a casa, l’hanno ucciso i tedeschi in combattimento.”

Da “Noi c’eravamo – Storie vissute di guerra, resistenza e liberazione”, testimonianza del partigiano Giordano Gardini.

Hans Scharinger è morto nel 1985, a neanche 80 anni. Faceva il muratore, anche se da giovane aveva studiato legge. Un anziano come tanti, che non si faceva notare.

Un po’ di anni prima, nel 1952, nella sua vita era successa una cosa: un ex ufficiale della Gestapo, passato al servizio degli americani, gli aveva proposto di diventare spia per i servizi segreti della Germania Ovest.

Hans aveva risposto con entusiasmo, arrivando a dirigere il dipartimento di controspionaggio con 30 agenti al suo servizio. Conosceva bene quel lavoro, così come i comunisti che spiava per conto degli americani. Era felice di combatterli nuovamente.

Anche perché, per non farsi scoprire, qualche anno prima aveva cambiato vita, nome e identità.

Durante la guerra, Hans si chiamava Karl T. Schütz ed era un alto ufficiale delle SS, uno che dava ordini e decideva sulla vita o sulla morte delle persone.

Tra il 1943 e il 1944 era stato anche in Italia, terra dalla quale era tornato a casa a piedi a guerra finita, prima di fuggire da un campo di prigionia alleato e far perdere le proprie tracce.

Nel ’39 aveva partecipato con passione all’invasione della Polonia, per poi dirigere le unità di spionaggio del Terzo Reich. Era bravo, metodico, preciso. Un nazista perfetto.

A Roma divenne capo della polizia di sicurezza dei servizi segreti tedeschi. Fu lui che pesò i 50 kg d’oro che gli ebrei del ghetto consegnarono sperando di essere salvati. Li pesò, poi gli ebrei furono deportati in Germania.

Fu tra coloro che ordinarono di sparare ai 335 ostaggi delle Fosse Ardeatine.

Trasferito a Forlì, comandava la polizia criminale e le SS, la cui sede si trovava nell’attuale Centro per l’Impiego, all’epoca luogo di tortura e detenzione.

Con la complicità dei fascisti locali fu responsabile delle rappresaglie compiute nella nostra zona, compresa l’uccisione di 19 ebrei nei pressi dell’aeroporto.

Dopo la guerra fu ritenuto colpevole dei suoi crimini, ma il suo fascicolo fu occultato e ritrovato soltanto anni dopo la sua morte.

Una morte serena, tranquilla, libera. Quella di un uomo certo di aver fatto il proprio dovere di nazista, anticomunista, spia americana e assassino.

Apprendo con dispiacere che il giorno di Natale ci ha lasciato Nara Lotti, staffetta partigiana della Brigata Garibaldi.

Nel gennaio del ’44 aveva 15 anni e scelse di salire in montagna e unirsi ai partigiani.

“Io li ho conosciuti i fascisti – raccontò alcuni anni fa – Picchiavano le persone senza un motivo. Eravamo vicini di casa. Abitavamo nelle stesse strade. Io non capivo quella violenza, io domandavo. A Santa Sofia c’era il comitato antifascista, erano tutti uomini e io mi chiedevo come mai loro rimanessero a casa; poi ho capito che avevano famiglia e anche paura. Io invece non avevo paura di nulla.”

Guarda l’intervista video a Nara Lotti →

Lungo viale dell’Appennino, tra Ca’Ossi e San Martino in Strada, c’è ancora oggi un edificio noto come Villa Gesuita. Alla fine dell’800 il palazzo era stato acquistato dal tenore Angelo Masini, ai tempi già famoso e ricchissimo.

Durante gli anni ’40, il custode della villa era Enea Barzanti che, assieme alla moglie e alle figlie Isotta e Ivana, vide diversi schieramenti occupare la villa: i tedeschi, i polacchi, i gurkha, di nuovo i polacchi e infine gli inglesi.

Ivana, intervistata nel 2019, raccontò una cosa che molti hanno dimenticato:

“Una mattina arrivarono i polacchi e montarono le tende nel cortile, con loro c’era un orso enorme che legarono a un albero con una catena.”

Ma quell’orso non era un orso qualunque. Il suo nome era Wojtek ed era, a tutti gli effetti, un soldato.

Nel marzo del ’43, mentre l’armata polacca si stava addestrando nel nord dell’Iraq per poi essere impiegata in Italia a fianco degli inglesi, due soldati incontrarono un ragazzo curdo che aveva con sé un cucciolo d’orso.

Wojtek fu subito adottato dalla Compagnia, diventando una sorta di mascotte. I soldati gli insegnarono la lotta e persino il saluto militare.

Il giorno della partenza, però, ci si accorse che Wojtek non poteva salpare. Le regole di reclutamento britanniche erano chiare: soltanto i soldati potevano salire a bordo di una nave militare.

Così l’orso fu ufficialmente arruolato come soldato semplice e assegnato alla 22ª Compagnia Rifornimenti di Artiglieria.

Alto ormai circa due metri e pesante 250 kg, Wojtek aiutò a trasportare le casse di munizioni durante diversi combattimenti, tra i quali la battaglia di Cassino, e per il suo coraggio fu promosso a caporale.

Per celebrarlo, la 22ª Compagnia adottò un distintivo che lo ritraeva mentre trasportava un grosso proiettile. Lo stemma fu dipinto anche sui veicoli militari.

Wojtek viveva con i suoi commilitoni, mangiava e dormiva con loro, masticava il tabacco e si dice amasse la birra.

Assieme a lui, l’esercito polacco entrò a Predappio, Forlì, Brisighella e Faenza.

Dopo il conflitto, il 15 novembre 1947, il suo reparto fu smobilitato e Wojtek venne trasferito allo zoo di Edimburgo.

Morì il 2 dicembre 1963, all’età di 21 anni.

18 agosto 1944. Li sorpresero all’alba nel casale di Cornio, sulle colline tra Modigliana e Tredozio.

Iris Versari, già ferita a una gamba, si tolse la vita sperando di agevolare la fuga dei compagni, mentre Arturo Spazzoli fu colpito e catturato quasi subito.

Silvio Corbari, saltando da una finestra, si ferì gravemente e Adriano Casadei, già salvo, decise di non abbandonarlo, tornando indietro e restando con lui fino alla fine.

Il corpo senza vita di Iris fu trascinato per i capelli fuori dalla casa e gettato sull’aia. Durante il tragitto verso Castrocaro, i fascisti uccisero Arturo perché infastiditi dai suoi lamenti e, una volta in paese, impiccarono Silvio e Adriano.

Il corpo di Iris giunse poco dopo, disteso su una scala appoggiata su un’auto.

I corpi dei quattro partigiani furono poi trasferiti a Forlì e appesi una seconda volta ai lampioni di Piazza Saffi, per mostrare a tutta la Romagna che l’imprendibile Corbari, la ribelle Iris Versari e gli amici Adriano Casadei e Arturo Spazzoli erano stati uccisi.

I fascisti sorridevano e facevano apprezzamenti sulle lunghe gambe di Iris, mentre la popolazione osservava inorridita.

Il giorno dopo li portarono al cimitero e li chiusero in quattro bare con i cappi ancora al collo e le mani legate. Sulle casse furono scritti i loro nomi. Soltanto quella di Iris fu calata nella fossa senza nome.

Un becchino scrisse solamente: “donna”.

Mia nonna c’era. Non era in piazza e non era al cimitero, ma ricordo che un giorno, prendendo tra le mani un libro sulla Banda Corbari, disse:

“Io me lo ricordo quel giorno, ma in piazza non ci sono andata, perché sapevo che avevano impiccato una donna, e una donna trattata così non era una cosa da andare a vedere.”

Un altro giorno triste. Ci ha lasciato Ida Valbonesi, staffetta partigiana di Forlì, nome di battaglia “Idina”.

Conoscerla è stato fondamentale per diventare la persona che sono oggi.

Qui un po’ della sua storia, raccontata attraverso le sue parole.

“Il mio cuore, il mio sentimento, la mia idea mi diceva che era giusto fare così.”

 

 

Vivo a Forlì, ma sono cresciuto a San Martino in Strada, il primo paese uscendo dal centro in direzione Predappio.

A San Martino ho trascorso l’infanzia e di quegli anni c’era una cosa che ci faceva ridere tantissimo: una squadra di calcio che si chiamava Tre Martiri, centro delle nostre prese in giro quando giocavamo a pallone.

“Va’ a giocare nella Tre Martiri” era un insulto frequente.

Il fatto è che la Tre Martiri era una squadra scarsissima. Ogni domenica scendeva in campo e perdeva ogni partita. Quattro, cinque, sei gol di scarto. Non ci siamo mai chiesti perché perdesse sempre e perché avesse proprio quel nome. Per noi era semplicemente la squadra dove giocavano gli scarsi e gli sfigati.

Un po’ di anni fa, leggendo della morte del suo fondatore, Gino Bertaccini, scoprii cosa rappresentava in realtà quella piccola società sportiva.

La Polisportiva Tre Martiri era nata nel 1949 e chi ci giocava era scarso perché a Gino non interessava il risultato, ma il progetto.

Andava per i circoli, i bar, le parrocchie e chiedeva: “Qualcuno vuole giocare a calcio?”. Raccoglieva gli sbandati che non sarebbero entrati in nessuna squadra giovanile. Dava loro un pallone e un motivo per stare assieme.

Faceva tutto lui: allenatore, dirigente, magazziniere, custode. Disegnava col gesso le linee del campo, riempiva e portava le borracce, lavava in casa le casacche di ogni ragazzo e poi le stendeva in giardino.

Faceva tutto da solo e lo faceva così, per passione.

E quel nome, Tre Martiri, che a noi evocava risate e prese in giro, Gino l’aveva scelto dopo la guerra per un motivo.

I tre martiri erano Pino Maroni, Antonio Zoli e Antonio Piazza, tre partigiani di San Martino in Strada. Avevano combattuto ed erano morti per gli altri e Gino, che per tutti era un burbero, un solitario e un piantagrane, lo sapeva bene. Aveva scelto quel nome per ricordare i suoi compagni falciati dal fascismo a vent’anni.

Anche se l’abbiamo capito tardi, la Tre Martiri non è più stata la squadra degli sfigati, ma il sogno di un uomo che voleva ricordare tre amici nel suo nome: Pino Maroni, Antonio Zoli e Antonio Piazza.

Nel cimitero di San Martino, dove sono sepolti anche i miei nonni, c’è un monumento che li ricorda.

Oggi si festeggia la Liberazione di Forlì. Come ogni anno, mi piace raccontare qualcosa legato a quel periodo.

In città erano numerose le tipografie clandestine che stampavano volantini e giornali antifascisti: c’era la tipografia Raffaelli nei locali del Palazzo Vescovile, la Varoli in corso Diaz, la Valbonesi in via Torelli, la Croppi in via Hercolani, oltre alla tipografia del Partito Comunista divisa tra Borgo Sisa e Carpinello.

Tra queste c’era anche la Tipografia del Littorio, che aveva sede direttamente nei locali della Federazione Fascista forlivese e ufficialmente lavorava alla stampa di partito, pubblicando il giornale “Il Popolo di Romagna”, ma clandestinamente stampava anche per il Comitato di Liberazione Nazionale.

Ciò fu possibile grazie a un incontro segreto tra gli operai e alcuni antifascisti, ritenendo che il posto più sicuro per la stampa antifascista fosse, paradossalmente, proprio il luogo dove si stampava per i fascisti.

Così si cominciò a lavorare anche di notte, con due brigatisti neri di guardia che, ignari di tutto, si complimentavano con gli operai quando sentivano le macchine in funzione oltre l’orario di lavoro.

Quando la tipografia fu occupata dai tedeschi, un austriaco scelse di aiutare gli operai dividendo la settimana a metà: tre giorni si stampava per i tedeschi, tre giorni per la Resistenza.

L’operaio Casadei, che lì lavorava, raccontò:

“Negli ultimi tempi preparammo anche la beffa: i tedeschi e i fascisti si rifornivano di carta a Santa Sofia e gli autocarri arrivavano a cadenza regolare in corso Diaz, davanti alla porta della tipografia. A noi toccava il compito di scaricare. Eravamo così veloci che nessuno mise mai il naso nell’andamento delle operazioni e nessuno si accorse che ogni volta le risme venivano divise: una in tipografia e una in solaio, la cui esistenza era sconosciuta ai più, una in tipografia e una in solaio… Fu così che stampammo per un anno intero sotto il naso dei nazifascisti.”

Foto: 9 novembre 1944, ingresso dei mezzi Alleati in Piazzale della Vittoria, mentre imboccano la rotonda sulla sinistra, con guida all’inglese.