“Volevo prendere a sassate in fronte ufficiali e marescialli”. Così disse Terzo Larice ricordando la Settimana Rossa e i giorni in cui entrò in un gruppo spontaneo che sarebbe poi confluito negli Arditi del Popolo.

La sua vita sembra un film.

Le persecuzioni del regime lo spingono in Francia col fratello Settimio che, accusato di aver sparato alla polizia, viene condannato a 20 anni di lavori forzati nella Guyana francese.

Guidato da una tribù indigena, Terzo lo raggiunge con un viaggio rocambolesco nella giungla e, dopo l’evasione, riesce a far perdere le proprie tracce e a tornare a Forlì.

Trova lavoro alla Mangelli e partecipa a tutti gli scioperi della fabbrica. Segnalato e sorvegliato dai fascisti, entra nei partigiani dell’8ª Brigata Garibaldi col nome di battaglia Tigre.

È commissario politico del 2° Distaccamento e combatte fino alla Liberazione di Forlì accanto al fratello e al figlio Gino.

Dopo la guerra, insieme al figlio torna in Sud America a fare il cercatore di diamanti. Gino però muore di appendicite e Tigre ne esce distrutto.

Rientra in Italia con la moglie, anch’essa malata, che morirà alcuni anni dopo. Prende casa a Ca’ Ossi, dove frequenta il circolo comunista e diventa un punto di riferimento per il quartiere.

Nel dicembre del ’79 viene ricoverato dopo un infarto, ma rifiuta le cure e torna a casa.

Muore con una bestemmia in gola e una fotografia della moglie in tasca.

La sua ultima volontà è quella di essere sepolto con la divisa partigiana, perché, se fosse tornato dall’aldilà, avrebbe fatto la rivoluzione.

Foto 1/4: Gino Larice “Tigrotto” a Meldola e Forlì.
Foto 2: Terzo Larice “Tigre”.

Il 10 dicembre ’44 Forlì era già libera da un mese.

Dopo aver spinto i tedeschi oltre il fiume Montone, i gappisti avevano atteso l’ingresso in città degli Alleati, con un reparto scozzese in prima fila.

L’illusione della pace viene interrotta dal passaggio di due aerei tedeschi, che sganciano sulla città bombe ad alto potenziale, capaci di esplodere poco prima dell’impatto al suolo, sbriciolando gli edifici senza creare crateri.

Sono bombe nuove, mai viste, che vengono testate per la prima volta proprio qui.

Gli obiettivi sono la ghiacciaia Monti, deposito logistico dell’esercito britannico vicino alla chiesa di San Biagio, e il palazzo della famiglia Merenda, in Corso Diaz, quartier generale alleato.

Il primo ordigno sbaglia il bersaglio e colpisce la chiesa quattrocentesca di San Biagio, polverizzando le opere di Melozzo e Palmezzano e portandosi via 20 vite umane.

La seconda bomba va a segno e travolge decine di inglesi e una famiglia romagnola.

Oggi si nota ancora la discrepanza tra i palazzi storici di Corso Diaz e gli edifici “nuovi” che hanno riempito i vuoti lasciati dall’esplosione.

Uno di questi è il Teatro Diego Fabbri, che qualche vecchio forlivese chiama ancora “Astra”, dal nome del cinema inaugurato nel ’47.

Di San Biagio si salvò il sepolcro di Barbara Manfredi, moglie di Pino III Ordelaffi, ma il naso della scultura si staccò e andò perduto tra le rovine.

Lo studioso Pietro Reggiani lo ritrovò alcuni giorni dopo sotto le macerie, spostando ogni centimetro di polvere con un bastone da passeggio.

Nel marzo del ’44 arrivò tra i partigiani romagnoli un americano. Si chiamava Leo Lucas.

Il suo aereo era stato abbattuto e si era nascosto tra le famiglie contadine della zona. Parlava bene l’italiano e i gappisti della pianura lo mandarono in montagna, perché si pensava fosse più al sicuro.

Rimase diversi mesi aggregato alla Brigata Garibaldi.

Così lo ricordò il partigiano Artico Graziani:

“Eravamo sempre assieme. Quando in agosto fu liberata Firenze noi dormivamo in delle capanne tra Strabatenza e la Casaccia, perché le pattuglie tedesche percorrevano tutte le strade.

Leo ci raccontava dell’America e della ragazza che avrebbe sposato appena tornato a casa.

Una notte mi svegliò e mi disse che non se la sentiva più di aspettare l’arrivo dei suoi connazionali e voleva andare loro incontro. Si erano svegliati anche gli altri, lo abbracciammo e ci salutammo. Eravamo tutti molto commossi.

Regalò il suo orologio a Boris e partì nel cuore della notte.

Non seppi più niente di lui, ma alla fine del ’46 arrivò una lettera dall’America. Ci scriveva dallo Utah, dove si trovava in viaggio di nozze con sua moglie Carmen. Ci mandava dei soldi, fatti sparire dalle poste, e un pacco di vestiti.

Leo ce l’aveva fatta. Aveva raggiunto le linee alleate e poi aveva fatto quello che si era sempre proposto: sposare la sua Carmen.

Col tempo persi ogni contatto con lui. Un giorno chiesi però a Boris se aveva ancora quell’orologio.

“L’ho venduto”, mi rispose. “Ho comprato le scarpe per sposarmi.”

Foto: Boris è il primo a destra.

Oggi si ricorda la Liberazione di Forlì. Come ogni anno, mi piace raccontare un evento legato a quei giorni.

La prima frazione a essere liberata fu San Martino in Strada, il giorno prima.

Il paese è avvolto dalla nebbia e il caporale Irvine, a capo della 4ª Divisione inglese, sta avanzando casa per casa. Si avvicina al Mulino de’ Fig’, cioè “del fico”, per le piante che lo circondano.

Nel suo diario racconta:

“Ci fermammo dietro l’ultima casa mitragliata. Entrai con della carne in scatola per fare uno scambio e trovai il vecchio mugnaio. Suo figlio, dalla testa color carota, mi accompagnò di sopra, dove c’era il foro di una cannonata.

Il mugnaio disse che era successo la mattina prima e mi resi conto che era stata la 5ª squadra a farlo. Un po’ arrossendo glielo spiegai, ma con sorpresa mi diede una pacca sulla schiena e disse: ‘Bravo!’. Il fatto aveva scacciato i tedeschi.

Tornato fuori, vidi i civili con al braccio la fascia dei patrioti percorrere la strada in bicicletta, ciascuno armato di un fucile.

Alle 11 andammo nelle barricate attraverso la foschia. Eravamo a circa 1 km da Forlì. Per la strada c’erano folle acclamanti che battevano le mani e offrivano vino, una roba terribile, ogni volta che ci fermavamo.”

Alcuni anni fa, Bruce Irvine, figlio del caporale, visitò i luoghi raccontati nel diario del padre.

Bussando alla porta dello stesso mulino si ritrovò davanti l’ottantenne Virgilio Gardelli, scoprendo con commozione che si trattava proprio di quel bambino dai capelli color carota incontrato dal padre durante la Liberazione.

Foto 3: il foro della cannonata sul mulino.
Foto 4: Virgilio Gardelli e Bruce Irvine.

La Seghettina è un luogo sperduto nel cuore delle Foreste Casentinesi. Eppure, alla fine del ’43, qui si scrisse la storia.

Un gruppo di ufficiali inglesi, fuggiti dal castello-prigione toscano di Vincigliata, fu condotto qui grazie alla rete antifascista locale.

Il gruppo rimase alla Seghettina diversi mesi, incrociando le vite e i destini di persone come il comandante partigiano Libero; Arturo e Tonino Spazzoli, a capo di una vasta rete clandestina; l’agente dei servizi segreti americani Bruno Vailati; il capo del Fronte Nazionale Giusto Tolloy, ma anche il socialista Torquato Nanni e l’ex squadrista Leandro Arpinati, controversa figura del fascismo romagnolo poi passata all’antifascismo.

È alla Seghettina che nacque il primo progetto d’azione militare unitaria tra Alleati e partigiani. È qui che si pianificarono i primi aviolanci di armi.

Ed è da qui che, grazie alla solidarietà dei romagnoli, gli inglesi partirono per raggiungere le linee alleate, nascosti e protetti casa per casa, scoprendo che erano soprattutto le persone comuni a mantenere intatta ed efficace la Resistenza di questa terra.

Così scrisse il generale Philip Neame nelle sue memorie:

“Di una cosa eravamo assolutamente certi, nessun contadino di queste montagne ci avrebbe mai tradito, né per denaro, né per minacce.”

Tra le storie “dimenticate” della Resistenza locale c’è quella di Alberto Bardi, il comandante Falco, che fu vice di Libero nella Brigata Romagnola, poi comandante della 1ª Brigata nel periodo in cui la formazione si divise in tre e, infine, di nuovo comandante in pianura della 28ª Brigata Garibaldi.

Lui e i suoi uomini furono al centro di un dibattito nato dal tragico eccidio di Fragheto, quando si scontrarono con i tedeschi sul crinale oltre il borgo.

Una volta abbandonata la zona, la rappresaglia nazifascista si scatenò contro le famiglie contadine, provocando una strage che fece molto discutere. I sopravvissuti maturarono un forte risentimento verso i partigiani, “colpevoli” di aver provocato il massacro a causa del loro passaggio.

Negli stessi giorni la zona venne attraversata dal grande rastrellamento dell’aprile 1944, che scompaginò l’intera brigata.

Per scongiurare uno scontro impari, Falco portò i suoi uomini sul versante toscano, lasciandoli liberi di restare inquadrati oppure di consegnare le armi e passare le linee.

Per questa decisione fu criticato duramente dal nuovo comando, passato da Libero a Pietro, in un contesto complesso che un giorno racconterò meglio.

Falco proseguì però la lotta in pianura, a capo della 28ª Brigata Garibaldi, con la quale entrò vittorioso a Ravenna. Eppure, spesso la memoria collettiva associa quell’operazione al comandante Bulow, che sostituì Falco soltanto dopo la liberazione della città.

Dopo la guerra militò in diverse sezioni del PCI, ma senza ricoprire ruoli dirigenziali come molti dei suoi vecchi compagni.

Alcuni di questi maturarono su di lui un giudizio critico mai veramente chiarito, da comprendere forse all’interno del contrasto tra la gestione di Libero e quella di Pietro, più che nelle sue azioni militari, che la storia ha riconosciuto come successi.

Falco uscì un po’ dalle scene e si dedicò alla pittura, parlando poco della sua militanza partigiana.

Resta però la testimonianza di quando, negli anni ’80, tornò a Fragheto per spiegare ai parenti delle vittime le dinamiche di quel maledetto giorno:

“Gli autori della strage furono i tedeschi e i fascisti. La nostra colpa fu quella di aver tardato a tornare qui per spiegarvi cosa accadde, ma noi eravamo quassù per uno scopo: combattere per voi”.

Dopo la guerra, all’aeroporto di Forlì furono riesumati 52 cadaveri. Erano uomini e donne rastrellati e uccisi nel giugno e nel settembre del ’44, tra i quali ostaggi, antifascisti ed ebrei.

I responsabili, appartenenti alle SS di stanza in città, furono identificati grazie alla testimonianza di un disertore e a una fotografia scattata prima di abbandonare Forlì.

Il fotografo era Duilio Zanelli, che aveva lo studio in Corso Garibaldi 13.

Zanelli era stato arrestato il 19 agosto 1944 per essersi rifiutato di fotografare i corpi della Banda Corbari appesi ai lampioni della piazza. Rimase in prigione fino al 15 settembre, denunciato per istigazione a delinquere in danno all’autorità militare germanica.

Il giorno successivo al suo rilascio, il comandante delle SS Karl Schütz e dodici ufficiali si presentarono nel suo studio, costringendolo a scattare una fotografia a ciascun ufficiale e, alcuni giorni dopo, una foto di gruppo.

Quell’immagine avrebbe contribuito, dopo la guerra, all’identificazione dei responsabili.

Nonostante ciò, il fascicolo con i loro nomi nel dopoguerra fu occultato e rinvenuto soltanto nel 1994 all’interno del cosiddetto “armadio della vergogna”, insieme ai documenti relativi alle inchieste sui crimini di guerra commessi in Italia.

Nel 2003 furono riaperte le indagini, ma dopo aver accertato che i responsabili dell’eccidio di Forlì erano tutti deceduti o irrintracciabili, gli atti furono archiviati.

Quello nella foto è Adriano Barbieri e tra una settimana compirà 100 anni. Nel ’44 il suo nome di battaglia era Gallo e militava tra i partigiani nella zona di Ca’ Malanca, dove operava la 36ª Brigata Garibaldi “Bianconcini”, al comando di Luigi Tinti, nome di battaglia Bob.

In ottobre, accerchiati dai tedeschi, 700 partigiani tentarono lo sfondamento delle linee nemiche, dando inizio alla famosa battaglia di Purocielo.

Per tre giorni sostennero una durissima controffensiva, tra i mortai tedeschi e le bombe degli Alleati, appostati appena oltre le linee. Furono 57 i caduti tra i partigiani.

Nonostante ciò, la notte del 13 ottobre iniziò la difficile manovra di sganciamento. A fare da guida c’era Sesto Liverani, nome di battaglia Palì, del distaccamento “Celso Strocchi”.

Così ricordò l’evento il partigiano Galassi:

“Per tre notti camminammo al buio, in silenzio, in mezzo ai tedeschi. Sembravamo ombre. Non si sentiva né una parola, né lo scalpiccio dei piedi. Gli ordini dal comando venivano passati lungo la fila, fino all’ultimo. Così, presso il Muraglione trovammo gli inglesi”.

Oggi Ca’ Malanca è un luogo unico in Romagna, sede di un centro documentale sulla Resistenza e di una mostra permanente in ricordo dei tantissimi che, armi in pugno, si lanciarono contro i fascisti.

Gallo c’era quel giorno e c’era anche oggi, a ricordarci che il fascismo va riconosciuto, contrastato e sconfitto. Oggi come ieri.

Questo è un vecchio pozzetto di scolo delle acque. Lo si incontra sulla strada che porta a Monte Trebbio.

Da qui al casolare di Ca’ Cornio, sulle colline tra Modigliana e Tredozio, sono circa 30 minuti, ma tagliando per i monti forse anche meno.

Nell’estate del ’44 Sante Piani è il contadino di Ca’ Cornio, ma è anche un antifascista e, in quel casolare, da alcuni giorni ospita il partigiano più ricercato della Romagna, Silvio Corbari, insieme ai suoi fedelissimi Adriano Casadei, Iris Versari e Arturo Spazzoli.

All’alba del 18 agosto 1944 i fascisti li attaccano e li annientano. Una vicenda complessa che termina poco dopo con l’esposizione dei quattro cadaveri nella piazza di Forlì.

Anche Piani cade dentro questa storia.

Prima che i corpi giungano a Forlì, viene costretto dai militi a caricarli e trascinarli su una treggia in direzione di Castrocaro, per la pubblica impiccagione.

Lungo la strada, giunti all’altezza di questo pozzetto, viene intimato l’alt. Lì vicino partono gli automezzi, perciò la treggia e, soprattutto, il vecchio contadino non servono più.

Piani viene ucciso, forse anche perché riconosce tra i fascisti un volto familiare.

Il suo corpo viene gettato come un sacco giù per lo scolo.

Ora c’è una lapide che lo ricorda, anche se quasi illeggibile.

Ottant’anni dopo, penso sia giusto ricordare anche lui.

Probabilmente questa foto non la ricorda nessuno, ma ritrae le jeep della Celere entrare in Piazza Saffi per bloccare il camion della “carovana della solidarietà”, organizzata dai lavoratori di Ravenna, giunti a Forlì per sostenere i compagni della fabbrica Mangelli in sciopero.

La Mangelli fu il primo sito italiano a produrre cellophane e fibre artificiali e, dagli anni ’30, il principale complesso industriale forlivese.

La sua storia è attraversata da scioperi, occupazioni e tumulti anche durante il fascismo, quando ospitava i comitati clandestini di fabbrica e organizzava scioperi contro il regime.

Uno di questi, unito alle maestranze delle altre fabbriche di Forlì, in maggioranza donne, si tramutò in un corteo che nel marzo del ’44 forzò i cordoni dei militi della caserma in via della Ripa, salvando così nove giovani dalla fucilazione.

Già nel giugno del ’49, 218 operai erano stati licenziati in blocco. Il fatto aveva scatenato la rottura con i sindacati e la decisione di occupare la fabbrica a oltranza.

Un gruppo di crumiri aveva consentito però di non fermare la produzione, così gli operai e i cittadini si erano organizzati per bloccare e presidiare gli ingressi.

La polizia era intervenuta con grande violenza, caricando i dimostranti e aprendo il fuoco sui lavoratori. Il bracciante Antonio Magrini era stato colpito a un braccio e l’operaia Jolanda Bertaccini era caduta a terra in gravissime condizioni, mitragliata dalla Celere.

Molti giornali dell’epoca la diedero per morta, ma pare sia sopravvissuta. Alla fine degli scontri, gli arresti furono oltre 120.

Dagli anni ’70 le lotte operaie coinvolsero tutta la città, che scese a fianco dei lavoratori e in difesa della loro salute, continuamente esposta al contatto con agenti chimici nocivi.

Nel 1972 ci fu una grande manifestazione contro il licenziamento di 847 lavoratori. A guidare la protesta erano gli oltre 200 militanti del PCI iscritti alla sezione aziendale “Quattro Martiri”.

Nel 1977 arrivò la chiusura definitiva.

Oggi al suo posto c’è un centro commerciale. Resta la vecchia ciminiera in mattoni rossi, una specie di monumento che ricorda un tempo che non c’è più.