Augusto Capovin è un operaio dell’Arrigoni di Cesena. Lavora tramite l’Organizzazione Todt e questo gli permette di evitare i bandi di arruolamento.

In fabbrica conosce Terzo Domeniconi e da quell’incontro inizia il suo impegno nella Resistenza.

Dopo il grande rastrellamento che provoca lo sbandamento della Brigata, riesce a rompere l’accerchiamento e a tornare a Cesena. Evita un posto di blocco sul Ponte Vecchio e, finalmente, raggiunge casa.

Bussa alla finestra. La sua famiglia non lo vede da mesi e, impaurita, chiede:

“Chi è?”

Lui risponde soltanto:

“A so’ me!”

Dopo la guerra pubblica un libro di poesie per ricordare quei giorni trascorsi in montagna, fatti di compagni, autogestione e condivisione.

Questa è “L’arrivo”, la poesia in cui racconta il momento in cui, dopo aver attraversato le montagne, appare finalmente davanti ai suoi occhi il luogo che ospita il comando partigiano:

I pugni al vento come fiondate
per salutare i paesani rimasti
e di nuovo la faccia nel freddo.
Si salì ancora.
Ancora più in alto
verso il regno dei falchi
fino sulle cime dei monti
poi proseguendo
per un po’ si discese.

E finalmente
quando ormai imbruniva
laggiù
fra dirupi boscosi di bianco silenzio
quattro case di neve:
Strabatenza.

Si svelava così in quel nome
il mistero della sede di comando.

Sante Fabbri ha circa vent’anni quando sceglie di unirsi ai partigiani sui monti oltre Santa Sofia.

Il suo carattere mite quasi contrasta con un fisico imponente che, da lì a poco, ispirerà il suo nome di battaglia: Maciste.

Partecipa alla Resistenza come molti suoi coetanei, ma, a differenza di tanti, per un certo periodo il suo nome diventa un mito.

Guida un distaccamento dell’8ª Brigata Garibaldi e si muove nella zona tra il Carnaio e Pieve di Rivoschio, tenendo sotto tiro la provinciale che unisce le valli del Bidente e del Savio.

La strada viene utilizzata dai tedeschi per far affluire uomini e materiali sulla Linea Gotica, ma gli attacchi di Maciste ne ostacolano pesantemente l’utilizzo.

La notte del 15 luglio si apposta con i suoi uomini nei pressi di Galeata e, al momento opportuno, apre il fuoco su un carrozzone nemico, riuscendo a liberare quattro operai costretti ai lavori di fortificazione.

Gli attacchi ai convogli diventano una spina nel fianco dei tedeschi, tanto che il suo nome è ormai sulla bocca di tutti: dei nemici che lo cercano e dei più giovani che vogliono imitarlo.

Una volta liberata Santa Sofia, Maciste torna a casa e viene chiamato a ripulire un territorio disseminato di ordigni.

Finché una mina non gli esplode addosso.

Portato in ospedale, chiede di poter rivedere Nunzia, la sua fidanzata. Purtroppo morirà prima del suo arrivo.

L’imprendibile Maciste si spegne nei primi giorni di novembre del ’44.

Di lui restano i ricordi di chi era bambino in quei giorni. Le gare a chi riusciva ad avvistarlo mentre risaliva il monte, spariva tra i cespugli e si confondeva nel bosco. L’eccitazione di essere i primi a scambiare un’ombra per il suo mitra o un rumore per la sua voce.

E poi correre a perdifiato in paese per avvisare tutti di aver visto proprio lui, urlando quel nome che era già diventato leggenda:

“C’è Maciste a cavallo! È tornato Maciste! È tornato Maciste!”

Cesena, 16 giugno 1944. Sei uomini sono nascosti ai piedi delle carceri della Rocca. Stanno aspettando il momento opportuno per mettere in atto un piano studiato pochi giorni prima dai gappisti cittadini: Luciano Caselli, Fabio Ricci e Scevola Franciosi.

Le modalità sono state perfezionate con l’aiuto del figlio del custode, da tempo informatore dei partigiani.

Un rapido sguardo d’intesa e tutto succede in un attimo.

I partigiani scalano le mura dal lato dell’ingresso, verso il torrione. È Franciosi il primo a issarsi in cima e da lì, con una fune legata alla vita, fa salire gli altri uno alla volta.

La stessa corda viene poi fissata a dei grossi chiodi e tutti si calano nel cortile interno.

L’azione è rapida e coordinata e porta alla liberazione di tre prigionieri. Si unisce a loro anche uno dei carabinieri di guardia.

Il custode, sempre collaborativo durante l’azione, prima che i partigiani fuggano chiede di poter inscenare con loro anche la fuga del figlio, Benito Nubi, in età di arruolamento.

I gappisti acconsentono, permettendo così al ragazzo di risultare “renitente” per il resto della guerra.

Il carcere della Rocca era già stato assaltato dai partigiani nella notte del 9 febbraio per liberare altri compagni rinchiusi, tra i quali Ezio Casadei e Primo Pasolini.

Azioni simili non furono rare durante la Resistenza e si verificarono in diverse città e regioni italiane. Ma, secondo alcune ricostruzioni, Cesena sarebbe stata la prima città in cui i partigiani riuscirono a portare a termine un’azione di questo tipo.

Sul territorio romagnolo, oltre alle Brigate Garibaldi d’ispirazione comunista e ad alcune formazioni autonome come la Banda Corbari, operò anche la Brigata Mazzini.

Era nata nell’agosto del ’44 su iniziativa dei repubblicani cesenati e operò principalmente sulle colline attorno a Montecodruzzo.

Tra le persone che ne fecero parte c’era anche Natalina Callisesi, che iniziò la sua attività antifascista come staffetta e sentinella, informando i compagni sulle posizioni e sugli spostamenti del nemico.

Quando la formazione si spostò a Montecodruzzo, Callisesi si adoperò per procurare munizioni, pistole, fucili e bombe a mano, fino a partecipare in prima persona alla Resistenza armata.

Entrò poi in contatto con gli Alleati e fu aggregata a una squadra della 10ª Divisione Indiana, combattendo al suo fianco fino alla Liberazione di Cesena.

Il ritorno in città rimarrà per sempre impresso nella sua memoria:

«Il giorno del nostro ritorno a Cesena resterà sempre per me un ricordo indimenticabile; le nostre famiglie erano salve, anche se molte case non c’erano più; tutta la popolazione ci salutava e abbracciava con gioia.

Nessuno chiedeva “di che partito sei?”, ma in quel momento eravamo tutti fratelli.

Dimenticammo la fame, le fatiche e tutto quello che avevamo sofferto in quattro anni di guerra, quelli che dovevano essere gli anni più belli della mia vita.

Ci rimboccammo le maniche e partimmo da zero, ma felici.»

Nell’ottobre del 1912 esce a Parma “La donna libertaria”, il primo periodico anarco-femminile pubblicato in Italia e curato dal Gruppo “Maria Rygier”.

Dal febbraio al giugno 1913 la redazione passa a Forlì, con il sottotitolo “Periodico mensile di propaganda educativa e libertaria femminile”.

L’iniziativa non ha precedenti e scuote lo stesso ambiente anarchico, ancora in prevalenza maschile.

“Quanto è nobile l’iniziativa di un manipolo di donne coscienti iniziatrici di questa preziosa pubblicazione.”

Si legge nell’articolo d’esordio, ponendo l’accento sull’urgenza di una buona propaganda tra le donne stesse, considerate:

“Secolari vittime non soltanto della società borghese, ma di tutta una serie di mali, sovente voluti o tollerati dagli uomini… molti fra i quali professanti idee di emancipazione.”

Quasi nulla si sa delle donne che portano avanti il progetto. Gli articoli sono firmati con pseudonimi come “L’amica di Tomasina”, “La parigina”, “L’amica di Libertad” e “La Marianna neo-malthusiana”.

A dirigere il periodico ci sono tre nomi: Adele Dervisi, Marzia Rossi e Irma Guidaloni. Il redattore responsabile è invece un uomo, Armando Sintoni, anarchico forlivese già noto alle autorità.

Nel 1912 era stato arrestato per aver gridato:

“Abbasso la guerra! Abbasso il tricolore!”

Lo aveva fatto rivolgendosi ai soldati che, alla stazione, stavano partendo per la Tripolitania. Sintoni era membro dell’Unione Anarchica Forlivese e, per un suo articolo, sarà condannato a cinque mesi di carcere per complicità in apologia di reato.

“La donna libertaria” uscirà in cinque numeri, poi la redazione, con sede in corso Vittorio Emanuele 40, chiuderà.

Finirà così un’iniziativa unica, capace di mettere lo stesso anarchismo di fronte a tematiche nuove e scomode, come la critica al matrimonio borghese e l’educazione delle madri proletarie.

Un’esperienza durata pochi mesi, ma straordinariamente precoce nel portare al centro del dibattito libertario la voce e l’emancipazione delle donne.

Si parla sempre poco degli stranieri che combatterono al fianco dei partigiani romagnoli.

Il più ricordato è Sergej Sorokin, il comandante “Sergio”, a capo di un distaccamento russo-slavo aggregato all’8ª Brigata Garibaldi.

È uno dei pochissimi partigiani decorati con la Stella Garibaldi, il più alto riconoscimento delle formazioni garibaldine, ed è cittadino onorario della città di Firenze.

Nonostante ciò, ebbe dei problemi al ritorno in Unione Sovietica. Gli trovarono alcuni documenti italiani e venne arrestato con l’accusa di essere un traditore della patria. Trascorse otto mesi in un campo di detenzione.

Gli stranieri “ribelli” rischiavano tantissimo sui nostri monti, soprattutto se erano tedeschi o austriaci: per i nazisti erano disertori.

A Cigno di Civitella c’è una lapide che ne ricorda uno, ucciso a metà luglio del ’44 insieme ad altri quattro italiani.

Il suo vero nome si è perso nel tempo e sulla pietra è indicato soltanto come:

“Giuseppe: l’austriaco antifascista.”

C’è chi racconta che, proprio in quanto disertore, non venne fucilato ma ucciso a bastonate.

Un’altra vittima fu il giovane tedesco Otto Balekta, combattente tra le file dell’8ª Brigata Garibaldi per un anno intero, dal 4 novembre 1943 al 5 novembre dell’anno successivo.

Quel giorno cadde a San Lorenzo, colpito dai suoi connazionali nazisti mentre stava guidando una truppa di Alleati verso Forlì.

Mancavano appena cinque giorni alla Liberazione della città.

Di Otto resta una fotografia sbiadita mentre imbraccia il suo inseparabile fucile Mauser, lo stesso che si era portato dietro quando aveva scelto di disertare.

Erano sovietici, austriaci, tedeschi. Erano nati a migliaia di chilometri dalla Romagna, ma scelsero di combattere e, in alcuni casi, di morire per liberarla.

Primavera 1930. Un gruppo di carabinieri ha appena fatto irruzione in una casa di Massa Lombarda. Cercano materiale sovversivo: bandiere, volantini, forse armi.

Il sospetto che li muove è l’aver trovato bandiere rosse sugli alberi della zona il 1º maggio precedente.

La casa è quella della famiglia Venturini, mezzadri antifascisti della Bassa Imolese. Il materiale, nascosto in cantina da Amilcare Venturini, è stato fatto sparire in tempo dalla sorella Livia.

Nonostante ciò, la famiglia viene sfrattata dall’Associazione Ospedali di Imola, proprietaria del terreno, in quanto “cospiratori e nemici del supremo ordine nazionale”.

Anche i vicini vengono sfrattati. Tra loro c’è Livio Poletti, futuro marito di Livia, già finito in carcere per attività e propaganda antifascista.

Dopo l’8 settembre 1943, i due entrano nella Resistenza bolognese, aggregati alla 7ª Brigata GAP.

Il 29 aprile 1944 Livia e le donne imolesi sono in piazza a protestare contro la fame e la guerra. I fascisti sparano sulla folla e Livia cade, colpita alla schiena.

Con le forze che le rimangono riesce ancora a gridare:

“Fascisti maledetti! Basta guerra! Pane, non cannoni!”

Un’altra donna viene colpita, questa volta a morte: Maria Zanotti, detta Rosa, madre di tre figli.

Livia trascorre 45 giorni di agonia tra gli ospedali di Imola e Bologna, per poi morire, a soli 32 anni, nella casa di una sorella.

Nonostante i divieti, decine di persone partecipano al funerale e ricoprono la bara di fiori bianchi e rossi. Tra loro, nascosto, c’è anche Livio.

Rimasto senza la sua compagna, Poletti torna comunque a combattere. Si unisce alla 36ª Brigata Garibaldi “Bianconcini” e, appena quattro mesi dopo, muore nella battaglia di Purocielo.

Sulla casa dove Livia e Livio abitarono insieme, oggi ci sono due targhe che li ricordano.

Le loro salme, una accanto all’altra, riposano invece nel cimitero del Piratello, tra i caduti della Resistenza.

Forlì, 8 maggio 1945. La guerra in Europa è finita e la città celebra la vittoria alleata.

Così annota Antonio Mambelli nel suo diario:

“Festa celebrativa della vittoria alleata, i pubblici uffici sono chiusi e la città è imbandierata. Strisce multicolore inneggiano alla pace, ai partigiani, alle armate gloriose, così pure i manifesti dei comunisti, dei repubblicani, degli azionisti, del Comitato di Liberazione Nazionale.

Verso le 16 sono affluiti in Piazza Saffi i cortei con le bandiere rosse. Da una finestra del palazzo civico hanno parlato alla folla i rispettivi partiti.

Zanelli, comunista, ha rivolto agli Alleati un invito ad andarsene: ‘Vi diciamo grazie di averci liberato, vi diremo grazie quando ve ne andrete!’

Una certa impressione ha prodotto anche il suo incitamento a uccidere i fascisti per le strade e prendere i soldi dove sono, e che egli se ne assumeva la responsabilità.

Un forte gruppo di operai sosta di fronte alla caserma dei carabinieri in attesa di conoscere la destinazione di alcuni fascisti che vi sono stati trattenuti. Altri fascisti sono concentrati al campo sportivo assieme a numerosissimi prigionieri tedeschi.

Dopo aver ricevuto un sacco di legnate è stato condotto al comando partigiano il milite Nanni, vecchio bastonatore. Un certo Grilli, delle Brigate Nere, le ha ricevute in Villafranca.

Arrivano nuovi prigionieri fascisti, la folla urla: ‘È finita la cuccagna, ladri! Non prenderete più le nostre biciclette!’ Ma qualcuno di essi osa fare segno di sentirsi disposto a farlo ancora…”

È l’immagine di una città che festeggia la fine della guerra, ma nella quale le ferite di vent’anni di fascismo, dell’occupazione e della guerra civile sono ancora completamente aperte.

Foto: soldati alleati in Piazza Saffi a Forlì.

Il 25 aprile 1945 Forlì fu invasa da cortei e bandiere per celebrare l’occupazione partigiana dei maggiori centri del Nord Italia.

Alla base dei lampioni dove erano stati appesi i corpi di Silvio Corbari, Adriano Casadei, Arturo Spazzoli e Iris Versari furono deposte due corone di fiori.

La stessa cosa fu ripetuta il 1º maggio, quando la Festa dei Lavoratori tornò a essere celebrata dopo essere stata soppressa dal fascismo.

C’erano cartelli che inneggiavano alla Repubblica, al governo del popolo e alla morte dei traditori. Su uno di questi si leggeva:

“Re: Mussolini ti attende.”

Numerosi cortei si mossero verso il Cimitero Monumentale anche nei giorni successivi, fino all’8 maggio, per celebrare la vittoria alleata sul nazismo.

Era un tripudio di bandiere rosse, orchestre e sfilate. I muri furono tappezzati di manifesti contro i fascisti e inneggianti ai partigiani.

Dall’aeroporto partivano bengala, proiettili traccianti, lampi al magnesio e fuochi d’artificio che solcavano il cielo.

I rappresentanti dei partiti e dei movimenti parlarono dal balcone comunale: anarchici, comunisti, repubblicani, cattolici, l’Unione Donne Italiane e il Fronte della Gioventù antifascista.

Il comunista Zanelli ringraziò gli Alleati per l’aiuto e li invitò ad andarsene. Fece notare che molti fascisti circolavano ancora indisturbati e affermò che, se l’epurazione non fosse stata eseguita dagli organi competenti, allora ci avrebbe pensato il popolo.

Fonte: “Sarà una notte bellissima”, DIY, 2022.

Foto 1: Piazzale della Vittoria. Gino Larice “Tigrotto”, figlio del partigiano Terzo Larice “Tigre”.
Foto 2: funerale partigiano a Forlì.

Rivalta, frazione di Faenza, 16 aprile 1944.

Fuori dalla villa del notaio Virgilio Neri c’è una piccola chiesina in mattoni. Al suo interno, nascosto agli occhi di chiunque, c’è un apparecchio radio che sta inviando i primi messaggi.

Si tratta di informazioni sugli spostamenti tedeschi, sulle postazioni nemiche e sull’organizzazione degli aviolanci destinati a rifornire i partigiani di armi e viveri.

Informazioni segrete che vengono trasmesse direttamente agli Alleati.

La missione si chiama Radio Zella ed è guidata da un gruppo di romagnoli che, in bicicletta, hanno raggiunto il Sud Italia, sono stati addestrati dai servizi segreti americani e sono poi tornati in Romagna a bordo di un sommergibile.

Tra le tante persone che collaborano alla missione ci sono Bruno Neri, Vittorio Bellenghi e i fratelli Arturo e Tonino Spazzoli.

Tonino, in particolare, sarà al centro della missione, coordinando la Resistenza romagnola e fornendo supporto al gruppo di Corbari e alle Brigate Garibaldi.

Dopo la morte di Bruno Neri e Vittorio Bellenghi, durante l’ispezione di una zona adatta a un aviolancio, la radio viene trasferita a Pieve Cesato.

Alla fine di luglio, però, anche il marconista Zanco viene catturato e, sotto tortura, rivela informazioni che daranno il via a una serie di eventi catastrofici: dalla cattura di Tonino Spazzoli alla morte dei principali componenti della Banda Corbari.

Sono tante le persone che, attraverso Radio Zella, hanno permesso ai partigiani di continuare la lotta e mantenere i collegamenti con gli Alleati.

Spesso vengono ricordate meno di chi imbracciò il fucile, ma il loro coraggio, allora come oggi, resta unico e encomiabile.

Foto 1-2: Villa Neri e la chiesina oggi.
Foto 3: Radio Zella.
Foto 4-5: le targhe all’esterno e all’interno della chiesina.