Sirio Sintoni, dalla ritirata di Russia alla Resistenza

Il 5 gennaio 1941 Sirio Sintoni viene chiamato alle armi.

Da Forlì lo mandano prima in Grecia, poi in Russia.

Partecipa alla drammatica ritirata dal Don e conosce sulla propria pelle una guerra lontanissima dalla retorica con cui il fascismo l’aveva raccontata agli italiani.

Nella steppa, con temperature che raggiungono i 35 gradi sotto zero, vede l’arroganza dell’alleato tedesco e, dall’altra parte, la solidarietà dei civili russi.

Persone che, pur trovandosi davanti i soldati di un esercito invasore, arrivano a soccorrere gli italiani stremati dal freddo, cercando di scaldarli persino con qualche cucchiaio d’acqua calda.

Sirio è uno dei sopravvissuti.

E proprio durante quella terribile esperienza comprende fino in fondo il grande inganno della guerra fascista.

Decide che, se riuscirà a tornare, si opporrà al fascismo.

Rientrato in Italia mantiene quella promessa e si unisce ai partigiani della 5ª Brigata Garibaldi di Pesaro, venendo assegnato al Distaccamento “Picelli”.

A Pietralunga la formazione raggiunge gli Alleati con l’intenzione di continuare insieme la guerra contro tedeschi e fascisti. La brigata viene però disarmata e trasferita in Toscana.

Sirio e un altro forlivese, il compagno Bosi, lasciano Assisi a bordo di una jeep americana diretta verso Firenze.

Quando arrivano è già notte.

La polizia militare li ferma perché non hanno il permesso di circolazione. Finiscono davanti a un tribunale militare e vengono condannati a pagare 100 lire.

C’è solo un problema: non hanno una lira.

Così scontano 30 giorni di carcere.

Una volta liberi, le loro strade si dividono.

Bosi trova lavoro come pasticcere in un albergo. Sirio, invece, non ha ancora finito di combattere.

Si arruola come esploratore in un reparto canadese diretto verso il Passo della Futa.

Il 10 novembre 1944 si trova a bordo di un blindato alleato quando gli arriva una notizia che aspetta da anni:

Forlì è libera.

Sirio urla di gioia.

Poi guarda i tre soldati indiani seduti davanti a lui.

Si toglie l’elmetto e la pistola lanciarazzi, accende una sigaretta e chiede il permesso di allontanarsi per un “bisogno urgente”.

Scende lungo un sentiero.

E si dilegua nel bosco.

È notte fonda.

Da quel momento comincia il suo viaggio verso casa.

Impiega tre giorni a piedi, passando attraverso Marradi, Rocca San Casciano e Predappio, prima di riuscire finalmente a raggiungere Forlì.

Ha appena 23 anni.

La sua casa è distrutta, ma la sua famiglia è viva, sfollata a Magliano. Suo padre porta sul corpo le conseguenze della guerra: ha perso un occhio e un braccio.

Sirio deve ricominciare.

Rimette in piedi la propria vita, scrive un libro sulla terribile esperienza vissuta in Russia e torna anche a una vecchia passione: collezionare francobolli.

Ma soprattutto rimane uno di quegli uomini che il fascismo e la sua guerra li avevano conosciuti davvero.

Non attraverso i discorsi, le adunate o la propaganda.

Li aveva conosciuti a 35 gradi sotto zero, nella steppa russa.

Era partito soldato di un regime.

Era tornato antifascista.

E mentre ancora oggi c’è chi si lascia sedurre da promesse facili, propaganda e menzogne, storie come quella di Sirio Sintoni ricordano quanto possa costare accorgersi troppo tardi di essere stati ingannati.