Lina, sua madre e quel corpo appeso al ponte

Il 25 agosto 1944 Natalina Vacchi si trova sul Ponte degli Allocchi di Ravenna, costretta ad assistere all’uccisione di altri antifascisti.

Il suo nome di battaglia è “La Bionda”, anche se tutti la chiamano semplicemente Lina.

È responsabile del servizio sanitario del Distaccamento “Terzo Lori”.

Accanto a lei c’è Umberto Ricci “Napoleone”, comandante del GAP volante di Ravenna.

Pochi giorni prima Lina aveva segnalato a Ricci il passaggio in motocicletta di Leonida Bedeschi “Cattiveria”, appartenente alla Brigata Nera. Napoleone lo aveva poi ucciso.

Catturati insieme ad altri compagni e sottoposti a violenti interrogatori, Natalina e Umberto vengono condannati a morte dai fascisti ravennati e portati sul ponte per l’esecuzione.

Li lasciano per ultimi.

Prima li costringono ad assistere alla morte degli altri antifascisti.

Poi per loro viene scelta l’impiccagione.

Natalina era arrivata alla Resistenza attraverso il PCI di Ravenna.

Operaia alla fabbrica Callegari, aveva contribuito a organizzare gli scioperi e il movimento clandestino tra le lavoratrici.

Ma la sua attività non si era fermata all’organizzazione politica.

Partecipò ad azioni di disarmo contro i nazifascisti e al recupero di armi e munizioni, fino ad assumere un ruolo di responsabilità all’interno del Distaccamento “Terzo Lori”.

Prima di morire pensò alla figlia.

Poi gridò:

«Viva l’Italia! Viva i partigiani!»

A Natalina Vacchi sarebbe stata assegnata la Medaglia di bronzo al valor militare.

Il Ponte degli Allocchi, teatro dell’eccidio, porta oggi il nome di Ponte dei Martiri.

Ma c’è un’immagine di quel 25 agosto che racconta forse più di ogni altra la brutalità di quella giornata.

Quando viene a sapere dell’uccisione della figlia, la madre di Lina corre al ponte per reclamarne il corpo.

I fascisti si rifiutano di consegnarglielo.

Il cadavere deve rimanere esposto, come ammonimento alla città.

La donna allora non se ne va.

Rimane sotto il corpo della figlia e lo sorregge.

Per tutto il giorno.

Lorenza Vacchi, figlia di Lina, che all’epoca aveva appena nove anni, avrebbe ricordato così quella scena:

«Mia nonna, poveretta, appena saputo della cosa è corsa sul posto, e non glielo hanno voluto dare subito, il corpo, così tutto il giorno lei è stata lì, con le gambe di mia mamma attaccate al petto, perché i fascisti il corpo lo lasciavano attaccato al palo, per dimostrazione, e mia nonna è stata lì tutto il giorno.

Non si è mai mossa.»

Dopo la guerra 15 fascisti furono processati per la strage.

Due condanne a morte vennero eseguite. Gli altri condannati tornarono liberi negli anni successivi.

Il ponte oggi ha un altro nome.

Ma forse la memoria di quel luogo è tutta racchiusa nell’immagine di una madre che, davanti alla violenza trasformata in spettacolo e ammonimento, si rifiuta di abbandonare sua figlia.

Rimane lì.

Con le gambe di Lina strette al petto.

Per tutto il giorno.

Non si è mai mossa.