La battaglia del grano: «Non un chicco all’invasore»

«Non un solo chicco di grano all’invasore e agli ammassi dei loro servi!»

Così iniziava un volantino diffuso in Romagna il 10 giugno 1944, quando impedire ai tedeschi e ai fascisti di impadronirsi del raccolto era diventato un altro fronte della Resistenza.

«Non dobbiamo sfamare i tedeschi, ma distruggerli! Preparatevi a combattere per il pane della Patria. Il popolo romagnolo sarà al vostro fianco.»

Il grano era una risorsa fondamentale.

Controllarlo significava avere pane, alimentare uomini e animali, sostenere l’esercito occupante. Per questo la lotta contro requisizioni e ammassi diventò anche una battaglia politica e sociale nelle campagne.

I partigiani della 29ª Brigata GAP “Gastone Sozzi” si mobilitarono a sostegno dei contadini e dei braccianti, invitandoli innanzitutto a ritardare il più possibile la trebbiatura.

L’obiettivo era impedire che il raccolto potesse essere requisito e utilizzato dalle forze nazifasciste.

Il comando della Brigata impartì anche precise indicazioni sulle trebbiatrici:

«È indispensabile rendere inutilizzabili dette trebbiatrici senza dover ricorrere alla loro totale distruzione. Consegnare al Comando della 29ª Brigata alcuni pezzi insostituibili per assicurare che la vostra macchina non potrà essere usata dai nostri nemici.»

Non si trattava quindi necessariamente di distruggere i macchinari dei contadini, ma di sottrarre temporaneamente i componenti indispensabili al loro funzionamento, rendendoli inutilizzabili per le requisizioni.

Nel frattempo le autorità locali fissarono per il 10 luglio l’inizio della trebbiatura, accompagnando l’ordine con minacce nei confronti dei lavoratori agricoli che si fossero rifiutati di collaborare.

Ma gli antifascisti si erano già organizzati.

Nella notte precedente alcuni gappisti attaccarono macchinari sorvegliati dai militi, incendiandoli con bottiglie incendiarie.

La risposta tedesca arrivò immediatamente.

Il giorno successivo comparve un manifesto rivolto direttamente alla popolazione:

«Fame, fame, fame ti portano i sabotatori impedendo il raccolto! Della fame ti rendi tu stesso colpevole se non fai di tutto per assicurare il raccolto. Sei un mascalzone come lo sono i ribelli, se presti aiuto a loro sarai punito come loro!»

Era una minaccia esplicita.

E non sarebbe rimasta soltanto sulla carta.

Il 26 luglio 1944, a Pievequinta, la repressione nazifascista avrebbe colpito duramente la popolazione con un eccidio che si inseriva nel clima di violenza e intimidazione di quelle settimane.

Ma nemmeno le minacce riuscirono a spezzare la protesta.

Lo sciopero dei braccianti fu totale.

La battaglia del grano mostrò così un aspetto fondamentale della Resistenza romagnola che troppo spesso rimane sullo sfondo.

La guerra partigiana non si combatteva soltanto sui monti con fucili e mitragliatrici.

Si combatteva nelle fabbriche attraverso gli scioperi.

Si combatteva nelle città attraverso i GAP e le SAP.

E si combatteva nelle campagne, difendendo il raccolto e rifiutandosi di lavorare per l’occupante e per il fascismo repubblicano.

Partigiani, operai, braccianti e contadini erano parti diverse di una stessa lotta.

E nell’estate del 1944 anche un chicco di grano poteva diventare Resistenza.