«Se non lo farà lo Stato, lo farà il popolo»

8 maggio 1945. La Germania ha firmato la resa. La guerra in Europa è finita.

A Forlì sarà il bibliotecario Antonio Mambelli a lasciare nel suo diario il racconto di quella giornata:

«La città è imbandierata, strisce multicolore inneggiano alla pace, ai partigiani e alle armate gloriose. Verso le 16 sono affluiti in piazza i cortei con le bandiere rosse e da una finestra del palazzo civico hanno parlato i responsabili dei partiti.

Zanelli, comunista, dopo aver affermato che 500 partigiani sono caduti in provincia di Forlì, ha rivolto agli Alleati un invito ad andarsene. Una certa impressione ha prodotto anche il suo incitamento ad uccidere i fascisti per le strade e a prendere i soldi dove sono. Ha detto che se ne assumeva lui la responsabilità.»

La guerra è finita, ma la resa dei conti con il fascismo è appena cominciata.

Tre giorni dopo, durante una riunione del CLN, Adamo Zanelli torna sulla questione.

L’epurazione, sostiene, non sta funzionando. Fascisti compromessi con il regime continuano a circolare indisturbati e sembra difficile intervenire persino contro coloro che stanno rientrando dopo essere fuggiti verso nord.

Il suo avvertimento è chiarissimo:

«Se l’epurazione non verrà fatta dagli organi competenti, questa sarà fatta dal popolo.»

Non è soltanto una minaccia.

In quelle settimane, in tutta la Romagna, la giustizia istituzionale e la giustizia sommaria finiscono spesso per sovrapporsi.

Alcuni appartenenti alla Brigata Nera, accusati di omicidi, torture e violenze compiute durante l’occupazione, vengono individuati in Veneto.

Un gruppo di partigiani parte dalla Romagna a bordo di un furgoncino rosso della fabbrica Becchi, li raggiunge e alcuni di loro vengono uccisi.

Negli stessi giorni altri fascisti vengono eliminati nel carcere di Cesena. Altri ancora vengono bastonati o aggrediti per strada.

È una delle pagine più difficili da raccontare del dopoguerra.

Per comprenderla bisogna tornare a quello che era successo nei mesi e negli anni precedenti.

Case incendiate. Arresti. Torture. Fucilazioni. Familiari uccisi. Donne picchiate. Persone trascinate fuori dalle proprie abitazioni e mai più tornate.

La Liberazione non aveva cancellato nulla di tutto questo.

E soprattutto non aveva cancellato la paura che chi si era macchiato di quei crimini potesse non pagare.

Con il passare dei mesi quella sensazione diventerà ancora più forte quando una parte degli uomini compromessi con il precedente regime riuscirà a evitare condanne definitive o a reinserirsi nell’amministrazione dello Stato, mentre anche numerosi ex partigiani finiranno sotto processo per fatti commessi durante e dopo la guerra.

Per alcuni resistenti, quello che stava nascendo non era il cambiamento per il quale avevano combattuto.

Qualcuno aveva consegnato le armi.

Qualcun altro le aveva nascoste.

E una minoranza decise di continuare ad agire, convinta che la Liberazione dal fascismo non fosse sufficiente se agli uomini che lo avevano rappresentato fosse stato permesso di tornare alla vita di prima.

Questo non trasforma le esecuzioni sommarie in processi né le vendette in sentenze.

Ma raccontare quei fatti senza raccontare le violenze fasciste che li precedettero, le aspettative rivoluzionarie di una parte della Resistenza e le difficoltà dell’epurazione significa perdere una parte fondamentale della storia del dopoguerra.

L’8 maggio 1945 la guerra era finita.

La battaglia su quale Italia dovesse nascere dalle sue macerie, invece, era appena cominciata.

«Se l’epurazione non verrà fatta dagli organi competenti, questa sarà fatta dal popolo.»

Foto: manifestazioni e funerali partigiani in Romagna.