Le donne non dovevano partire. Scelsero di farlo
Per l’8 marzo ricordiamo le donne che parteciparono alla Resistenza, troppo spesso raccontate come semplici ausiliarie degli uomini, anche in ambienti che si dichiarano di sinistra.
Noi vogliamo ribaltare questa narrazione limitata.
Le donne furono protagoniste della Resistenza e della lotta al fascismo, con compiti precisi, responsabilità e ampi margini di autonomia.
Facevano cose che gli uomini, in molte circostanze, non potevano fare. E non ci riferiamo certamente soltanto a cucinare o assistere i combattenti.
Le donne si infiltravano negli ambienti occupati dai tedeschi, raccoglievano informazioni, mantenevano collegamenti tra formazioni lontane, nascondevano ricercati, trasportavano documenti, armi e munizioni, percorrevano chilometri a piedi o in bicicletta attraversando posti di blocco e territori controllati dal nemico.
Già questo significa autonomia, responsabilità e capacità decisionale, non subordinazione.
Ma il pericolo al quale andavano incontro non era soltanto quello di essere arrestate, torturate o uccise.
C’era anche un’altra forma di violenza.
La violenza sessuale.
Una violenza subita anche da donne arrestate e interrogate dai fascisti e che molte non raccontarono mai. Alcune riuscirono a parlarne soltanto da anziane, a distanza di decenni.
Per alcune di loro era difficile persino trovare le parole per descrivere ciò che avevano subito. Una violenza rimasta a lungo nascosta anche dentro la memoria pubblica della Resistenza.
Intanto, mentre gli uomini erano al fronte, in carcere, sulle montagne o costretti alla clandestinità, nelle fabbriche e nei campi erano spesso le donne a mandare avanti il lavoro e le famiglie.
La guerra e la Resistenza finirono così per modificare anche il loro ruolo nella società.
Per molte, la lotta contro il fascismo diventò anche una lotta per la propria emancipazione: politica, sociale e personale.
C’è poi una differenza importante da ricordare.
Dopo l’8 settembre molti giovani uomini raggiunsero le formazioni partigiane anche per sottrarsi ai bandi di arruolamento della Repubblica Sociale Italiana. Per le donne quella costrizione non esisteva.
Quando una donna diventava staffetta, entrava in un GAP, collaborava con una brigata o decideva di impugnare un’arma, compiva quindi una scelta che non nasceva dalla necessità di evitare la leva.
Sceglieva di esserci.
E forse proprio per questo dovremmo smettere di raccontare le donne della Resistenza soltanto come figure che “aiutavano” i partigiani.
Erano partigiane.
Come ha osservato la ricercatrice Laura Antonelli, c’è una caratteristica che ritorna nelle loro testimonianze:
«Quando le donne raccontano di sé, non dicono mai “io ho fatto”, ma dicono “noi abbiamo fatto”.»
Ed è forse da quel “noi” che dovremmo ricominciare a raccontare la loro storia.
Ne abbiamo parlato nell’ultima puntata del podcast. Link in bio.






