La Romagna non era la “terra del Duce”
Nonostante la Romagna sia la terra natale di Benito Mussolini, il fascismo qui si affermò inizialmente con difficoltà e più tardi rispetto ad altre zone d’Italia e alle vicine province emiliane, come Bologna e Ferrara.
Le date e i numeri raccontano una storia molto diversa dalla successiva retorica propagandistica della “terra del Duce”.
A Forlì il primo Fascio di combattimento venne fondato il 10 marzo 1921, mentre la Federazione fascista provinciale nacque soltanto il 13 settembre dell’anno successivo.
La Federazione forlivese contava, insieme a quella cesenate, appena 300 iscritti.
Nei mesi successivi scesero addirittura a 215, nonostante nel frattempo fosse nata anche la sezione riminese.
Al 30 aprile 1922, soltanto due federazioni fasciste in tutta Italia risultavano più esigue: quelle di Benevento e Pesaro-Urbino.
Numeri particolarmente significativi se pensiamo che stiamo parlando della provincia in cui era nato l’uomo che sarebbe diventato il capo del fascismo.
Le difficoltà incontrate dal movimento fascista nell’organizzarsi e radicarsi in questa terra erano legate anche alle fortissime tradizioni repubblicane e socialiste della Romagna e a una politicizzazione popolare che aveva pochi equivalenti nel panorama nazionale.
Un territorio attraversato da leghe, cooperative, organizzazioni operaie e contadine, circoli politici e da una lunga tradizione radicale che costituì inizialmente un argine all’espansione dello squadrismo.
Il rapporto del mondo repubblicano con il fascismo fu però complesso e contraddittorio.
Una parte dei repubblicani, soprattutto nella prima fase, guardò con ambiguità allo squadrismo e in alcuni casi arrivò ad appoggiarne le azioni, accomunata ai fascisti dall’opposizione al cosiddetto “bolscevismo”.
Ma molti altri, soprattutto tra i più giovani, non si lasciarono trascinare verso il fascismo e continuarono a opporsi alle camicie nere.
Tra loro c’era Giovanni Arfelli.
Aveva appena 18 anni quando, nel dicembre del 1923, incontrò un gruppo di fascisti in Corso Mazzini a Forlì.
Arfelli gridò:
«Viva la Repubblica!»
Per quel grido venne ucciso.
Le autorità impedirono che i suoi funerali diventassero una manifestazione pubblica, ma il divieto provocò tensioni e disordini in città.
E il fascismo non riuscì a cancellare il suo nome.
Negli anni della dittatura, mentre ogni opposizione pubblica veniva repressa, Giovanni Arfelli continuò a vivere in una canzone clandestina.
A comporla e cantarla erano le operaie delle filande forlivesi.
Durante il lavoro ne scandivano il ritmo battendo gli zoccoli.
Così, nella stessa terra che il regime avrebbe trasformato nella patria simbolica del Duce, il nome di un ragazzo ucciso per aver gridato «Viva la Repubblica» continuava a risuonare clandestinamente tra le operaie.
La propaganda poteva chiamarla “terra del Duce”.
Ma sotto quella propaganda continuava a battere un’altra Romagna.








