Sergio e Gastone, il salto nel vuoto per non arrendersi

Tra i partigiani romagnoli che combatterono lontano dalla propria terra c’è Sergio Tavernari, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

È nato a Forlì, ma studia all’Università di Bologna, dove si laurea in Giurisprudenza.

Dopo l’8 settembre 1943 sceglie la Resistenza, entrando nella formazione bolognese “P. Poet” e svolgendo delicati compiti di collegamento tra le diverse formazioni partigiane emiliane.

È perfettamente consapevole dei rischi a cui va incontro.

Decide quindi di raggiungere il Sud Italia a bordo di un motoscafo MAS e mettersi al servizio degli Alleati.

Passa da Pescara e Bari. Il Comando alleato decide di addestrarlo e poi rimandarlo clandestinamente al Nord.

La destinazione è Milano.

Qui trova rifugio nella zona di Magenta portando con sé tutto il necessario per trasmettere via radio.

Il suo compito è estremamente pericoloso: inviare messaggi cifrati agli Alleati e comunicare informazioni sulle posizioni e sui movimenti tedeschi.

Con lui opera il telegrafista triestino Gastone Piccinini, che era già riuscito a fuggire da una precedente cattura mettendo in salvo anche la ricetrasmittente.

È il 20 maggio 1944.

A causa della segnalazione di un vicino, i tedeschi individuano il loro rifugio proprio mentre i due stanno trasmettendo.

Non c’è tempo.

Tavernari e Piccinini cercano immediatamente di distruggere le apparecchiature e il materiale compromettente, mentre tra l’edificio e la strada comincia una sparatoria.

I due resistono fino a quando hanno munizioni.

Poi rimangono intrappolati.

Non possono fuggire e sanno cosa potrebbe significare essere catturati vivi: interrogatori, torture e il rischio di compromettere l’intera rete clandestina.

Scelgono di non arrendersi.

Si barricano nell’edificio, raggiungono il tetto e, secondo la ricostruzione tramandata dell’episodio, si lanciano nel vuoto abbracciati, gridando «Viva l’Italia!».

Sergio Tavernari muore nell’impatto.

Gastone Piccinini, invece, sopravvive.

La motivazione della decorazione che gli verrà conferita descriverà così quei momenti:

«Con le membra orribilmente sfracellate e la spina dorsale fratturata ma ancora vivo».

I tedeschi lo raccolgono nella speranza di riuscire a ottenere informazioni sull’organizzazione clandestina.

Piccinini non parla.

Sarà successivamente liberato dai suoi compagni, che lo porteranno via a braccia.

La motivazione della sua medaglia consegnerà alla memoria anche un’ultima, potentissima immagine:

«Le membra inesorabilmente e per sempre spezzate, nella smagliante luce del sole d’Italia.»

Sergio Tavernari era partito da Forlì.

Aveva attraversato Bologna e il Sud, era stato addestrato dagli Alleati ed era tornato clandestinamente al Nord per continuare a combattere.

La sua guerra finì il 20 maggio 1944, su un tetto di Milano.

Quella di Gastone Piccinini continuò, portando per sempre sul proprio corpo il segno di quel giorno.