Questa non è una mappa. È la geografia delle stragi nazifasciste

L’immagine che copre l’intera penisola non è una mappa delle pizzerie italiane.

Mostra le stragi e gli eccidi compiuti dai nazifascisti in Italia tra il 1943 e il 1945.

Migliaia di episodi di violenza che riguardano le vittime civili e coloro che furono uccisi al di fuori degli scontri armati con le formazioni partigiane.

Vista così, la mappa è quasi impossibile da leggere. Bisogna ingrandirla per distinguere i singoli punti e rendersi conto di quanto capillare sia stata la violenza che attraversò il Paese.

La versione consultabile si trova sul sito dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia.

Molti di questi eccidi furono compiuti dalle forze tedesche con la collaborazione attiva di reparti e apparati della Repubblica Sociale Italiana. Una responsabilità fascista che troppo spesso, ancora oggi, viene ridimensionata, nascosta o rimossa dal racconto pubblico.

In Romagna, soprattutto nella primavera e nell’estate del 1944, la repressione investì duramente la dorsale appenninica provocando centinaia di vittime.

I nomi più conosciuti sono quelli di Tavolicci, Fragheto e Carnaio, ma basta attraversare i nostri paesi per incontrare cippi, lapidi e monumenti che ricordano uomini, donne e bambini uccisi in quei mesi.

Molti responsabili di quelle violenze non pagarono mai realmente per ciò che avevano fatto. Alcuni riuscirono a scomparire, altri tornarono alla vita civile e altri ancora trovarono spazio nella nuova Italia repubblicana.

Anche una mappa così impressionante non riesce a restituire completamente ciò che accadde: alcuni episodi locali non vi compaiono o rimangono ancora difficili da ricostruire.

E quella storia non è poi così lontana.

Da una parte o dall’altra, quasi ogni famiglia conserva la memoria di qualcuno che in quegli anni c’era.

Ma guardare questa immagine e ricordare quei morti serve a poco se la memoria delle vittime non viene accompagnata anche dal racconto di chi decise di opporsi e di combattere.

Di chi salì sui monti, entrò nei GAP, fece la staffetta, nascose un ricercato, portò un messaggio, procurò del cibo o semplicemente scelse da quale parte stare.

Perché ricordare le stragi significa anche ricordare contro cosa nacque e combatté la Resistenza.

Il fascismo di allora non va assolto né trasformato in folklore. E quello di oggi va riconosciuto e contrastato ogni volta che tenta di ripresentarsi sotto nuove forme.

Le barricate della memoria non crollano finché continuiamo a raccontare le gesta e le parole di chi ci ha mostrato la strada.

Come ricordava Giovanni Nanni, staffetta partigiana di Forlì:

«Quando i fascisti picchiavano e ammazzavano, noi rispondevamo con una rappresaglia. La gente era con noi. La gente non aveva paura.»

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