Le donne nella Resistenza: staffette, combattenti e partigiane

Sergio Flamigni, commissario politico della 29ª Brigata GAP, disse:

“Mussolini non esitò a decretare la pena di morte per i renitenti alla chiamata alle armi pur di costruire un esercito al servizio dei tedeschi, ma i giovani scelsero la Resistenza. Fummo migliaia e la nostra scelta coinvolse anche i nostri familiari. Questo spiega la combattività delle donne negli scioperi e spiega perché in Emilia-Romagna la partecipazione delle donne alla Resistenza fu la più grande di tutta Italia.”

Se molti uomini si unirono alla Resistenza anche per evitare l’arruolamento nell’esercito fascista, le donne, che potevano restare a casa, lo fecero volontariamente.

Scelsero di schierarsi e lo fecero in modo attivo, non solo come staffette, ma anche come organizzatrici e combattenti.

La loro presenza nelle formazioni partigiane non è sempre stata evidenziata a dovere. Basti pensare a Iris Versari, partigiana morta suicida per favorire la fuga dei suoi compagni.

La medaglia d’oro al valor militare le fu concessa soltanto a metà degli anni ’70. Prima di quel momento, per molti, era semplicemente “l’amante del leggendario Corbari”.

La sua Resistenza assume un significato ancora più profondo se letta anche come lotta di emancipazione personale e sociale all’interno di un movimento molto più ampio.

Perché per tante donne partecipare alla Resistenza non significò soltanto combattere il fascismo e l’occupazione tedesca, ma anche uscire dai ruoli che la società aveva assegnato loro e conquistare uno spazio nuovo nella vita politica e sociale.

In fondo, come scrisse la storica e ricercatrice Laura Antonelli:

“Quando le donne raccontano non dicono mai io ho fatto, ma noi abbiamo fatto.”