Giuseppe e Otto, stranieri morti per liberare la Romagna
Si parla sempre poco degli stranieri che combatterono al fianco dei partigiani romagnoli.
Il più ricordato è Sergej Sorokin, il comandante “Sergio”, a capo di un distaccamento russo-slavo aggregato all’8ª Brigata Garibaldi.
È uno dei pochissimi partigiani decorati con la Stella Garibaldi, il più alto riconoscimento delle formazioni garibaldine, ed è cittadino onorario della città di Firenze.
Nonostante ciò, ebbe dei problemi al ritorno in Unione Sovietica. Gli trovarono alcuni documenti italiani e venne arrestato con l’accusa di essere un traditore della patria. Trascorse otto mesi in un campo di detenzione.
Gli stranieri “ribelli” rischiavano tantissimo sui nostri monti, soprattutto se erano tedeschi o austriaci: per i nazisti erano disertori.
A Cigno di Civitella c’è una lapide che ne ricorda uno, ucciso a metà luglio del ’44 insieme ad altri quattro italiani.
Il suo vero nome si è perso nel tempo e sulla pietra è indicato soltanto come:
“Giuseppe: l’austriaco antifascista.”
C’è chi racconta che, proprio in quanto disertore, non venne fucilato ma ucciso a bastonate.
Un’altra vittima fu il giovane tedesco Otto Balekta, combattente tra le file dell’8ª Brigata Garibaldi per un anno intero, dal 4 novembre 1943 al 5 novembre dell’anno successivo.
Quel giorno cadde a San Lorenzo, colpito dai suoi connazionali nazisti mentre stava guidando una truppa di Alleati verso Forlì.
Mancavano appena cinque giorni alla Liberazione della città.
Di Otto resta una fotografia sbiadita mentre imbraccia il suo inseparabile fucile Mauser, lo stesso che si era portato dietro quando aveva scelto di disertare.
Erano sovietici, austriaci, tedeschi. Erano nati a migliaia di chilometri dalla Romagna, ma scelsero di combattere e, in alcuni casi, di morire per liberarla.






