«È tornato Maciste!» Il partigiano diventato leggenda

Sante Fabbri ha circa vent’anni quando sceglie di unirsi ai partigiani sui monti oltre Santa Sofia.

Il suo carattere mite quasi contrasta con un fisico imponente che, da lì a poco, ispirerà il suo nome di battaglia: Maciste.

Partecipa alla Resistenza come molti suoi coetanei, ma, a differenza di tanti, per un certo periodo il suo nome diventa un mito.

Guida un distaccamento dell’8ª Brigata Garibaldi e si muove nella zona tra il Carnaio e Pieve di Rivoschio, tenendo sotto tiro la provinciale che unisce le valli del Bidente e del Savio.

La strada viene utilizzata dai tedeschi per far affluire uomini e materiali sulla Linea Gotica, ma gli attacchi di Maciste ne ostacolano pesantemente l’utilizzo.

La notte del 15 luglio si apposta con i suoi uomini nei pressi di Galeata e, al momento opportuno, apre il fuoco su un carrozzone nemico, riuscendo a liberare quattro operai costretti ai lavori di fortificazione.

Gli attacchi ai convogli diventano una spina nel fianco dei tedeschi, tanto che il suo nome è ormai sulla bocca di tutti: dei nemici che lo cercano e dei più giovani che vogliono imitarlo.

Una volta liberata Santa Sofia, Maciste torna a casa e viene chiamato a ripulire un territorio disseminato di ordigni.

Finché una mina non gli esplode addosso.

Portato in ospedale, chiede di poter rivedere Nunzia, la sua fidanzata. Purtroppo morirà prima del suo arrivo.

L’imprendibile Maciste si spegne nei primi giorni di novembre del ’44.

Di lui restano i ricordi di chi era bambino in quei giorni. Le gare a chi riusciva ad avvistarlo mentre risaliva il monte, spariva tra i cespugli e si confondeva nel bosco. L’eccitazione di essere i primi a scambiare un’ombra per il suo mitra o un rumore per la sua voce.

E poi correre a perdifiato in paese per avvisare tutti di aver visto proprio lui, urlando quel nome che era già diventato leggenda:

“C’è Maciste a cavallo! È tornato Maciste! È tornato Maciste!”