Cesena, i partigiani che scalarono le mura del carcere

Cesena, 16 giugno 1944. Sei uomini sono nascosti ai piedi delle carceri della Rocca. Stanno aspettando il momento opportuno per mettere in atto un piano studiato pochi giorni prima dai gappisti cittadini: Luciano Caselli, Fabio Ricci e Scevola Franciosi.

Le modalità sono state perfezionate con l’aiuto del figlio del custode, da tempo informatore dei partigiani.

Un rapido sguardo d’intesa e tutto succede in un attimo.

I partigiani scalano le mura dal lato dell’ingresso, verso il torrione. È Franciosi il primo a issarsi in cima e da lì, con una fune legata alla vita, fa salire gli altri uno alla volta.

La stessa corda viene poi fissata a dei grossi chiodi e tutti si calano nel cortile interno.

L’azione è rapida e coordinata e porta alla liberazione di tre prigionieri. Si unisce a loro anche uno dei carabinieri di guardia.

Il custode, sempre collaborativo durante l’azione, prima che i partigiani fuggano chiede di poter inscenare con loro anche la fuga del figlio, Benito Nubi, in età di arruolamento.

I gappisti acconsentono, permettendo così al ragazzo di risultare “renitente” per il resto della guerra.

Il carcere della Rocca era già stato assaltato dai partigiani nella notte del 9 febbraio per liberare altri compagni rinchiusi, tra i quali Ezio Casadei e Primo Pasolini.

Azioni simili non furono rare durante la Resistenza e si verificarono in diverse città e regioni italiane. Ma, secondo alcune ricostruzioni, Cesena sarebbe stata la prima città in cui i partigiani riuscirono a portare a termine un’azione di questo tipo.