«Qui soltanto il cadavere, l’idea non muore»

È un giovedì di metà agosto quando Umberto Ricci e Natalina Vacchi si danno appuntamento al Ponte degli Allocchi di Ravenna.

Lui è conosciuto come “Napoleone”, partigiano del GAP volante di Ravenna, protagonista di azioni audaci e spregiudicate.

Lei è un’operaia della ditta Caligari e una staffetta del servizio sanitario partigiano. In clandestinità la chiamano “La Bionda”.

Natalina gli va incontro e lo avvisa subito di allontanarsi: sta arrivando Leonida Bedeschi, uno dei fascisti più temuti della zona, a capo della Brigata Nera e conosciuto con il soprannome di “Cattiveria”.

Napoleone non solo conosce il fascista, ma gli dà la caccia da tempo.

“Indicamelo.”

Lina risponde:

“È quello che sta arrivando in moto, in divisa.”

In quel momento sul ponte c’è un po’ di traffico: pedoni, biciclette, gente che va e viene. La moto sta per imboccare il ponte a passo d’uomo.

Napoleone si avvicina, punta la pistola e spara un colpo che raggiunge Bedeschi alla testa. Il fascista cade e la moto schizza via.

Il gappista inforca la bicicletta e, con calma, si accoda al traffico.

Ma è sfortunato. Tre tedeschi hanno assistito alla scena: lo bloccano e arrestano sia lui sia Natalina.

Il 25 agosto 1944 vengono entrambi prelevati dal carcere insieme ad altri ostaggi e condotti sul luogo scelto per l’esecuzione.

Umberto e Natalina sono gli ultimi della lista.

Per loro è stata decisa una sorte diversa: l’impiccagione.

Lina si divincola dalle guardie. Vuole andare da sola incontro alla morte. Sale sullo sgabello e si mette da sola il cappio al collo.

Poi grida:

“Viva i partigiani!”

Il corpo di Napoleone è già appeso lì accanto.

Prima di morire, Umberto Ricci riesce a scrivere una lettera alla madre. Sono le parole di un combattente lucido, consapevole della propria sorte.

Tra le sue ultime volontà chiede che sulla lapide venga incisa un’unica frase:

“Qui soltanto il cadavere, l’idea non muore.”