La divisa che non c’era: come si vestivano i partigiani

A differenza delle formazioni militari regolari, le brigate partigiane non avevano una divisa.

O meglio, non avevano una divisa ufficiale.

Ma proprio quell’irregolarità nel vestiario finì per mostrare tutta l’esuberanza di chi aveva scelto di combattere fuori dalle regole e dagli schemi di un esercito tradizionale.

Maglioni di lana, pantaloni corti, scarponi chiodati e baschi portati a rovescio non erano soltanto ciò che si riusciva a trovare: diventavano anche un modo per costruire ed esprimere la propria identità.

C’erano giacche a vento ricavate da teli mimetici, impermeabili, cappelli da cowboy e cappelli da alpino.

Ogni partigiano finiva per improvvisare la propria uniforme, non soltanto per necessità, ma anche per dare un’immagine di sé spesso esuberante, irregolare e provocatoria.

Cartuccere incrociate sul petto, bombe appese ai cinturoni, pistole legate al collo quasi fossero rosari.

E poi i simboli.

Fazzoletti rossi, verdi o azzurri, stelle rosse, falce e martello, coccarde tricolori. Ma anche foulard, pellicce, sahariane e immancabili pipe strette tra i denti.

C’era chi indossava il colbacco e chi il cappello di paglia. Chi portava un giubbotto dell’esercito inglese sopra un paio di pantaloni alla zuava.

Materiali civili e militari, italiani e stranieri, recuperati, modificati e mescolati senza troppe regole.

Quando incontrarono gli Alleati, questi rimasero spesso affascinati e incuriositi da quei giovani in maniche di camicia, rozzi e scapestrati, che potevano apparire più simili a una banda di irregolari che a un reparto militare.

E in fondo era proprio questa una delle loro caratteristiche.

Anche per i Comandi partigiani non fu semplice mettere ordine e imporre un aspetto più uniforme alle brigate. Alcune formazioni cercarono progressivamente di assumere un’organizzazione e un’immagine più militare.

Altre conservarono più a lungo un’estetica irregolare, quasi banditesca.

Ma il modo di vestirsi non raccontava soltanto la mancanza di mezzi.

Per molti giovani e giovanissimi, uomini e donne, diventava anche una dichiarazione di appartenenza.

Il fazzoletto al collo, il basco, una stella cucita sulla giacca, una cartuccera portata in un certo modo: elementi capaci di trasformarsi in simboli di una nuova identità.

Ragazzi che fino a pochi mesi prima erano stati operai, contadini, studenti, artigiani o soldati diventavano “Fulmine”, “Falco”, “Maciste”, “Romeo”.

Cambiavano nome. Cambiavano vita. E spesso cambiavano anche il proprio aspetto.

Tutti col colpo in canna e l’idea che, finita la guerra, qualcosa dovesse cambiare.

Perché anche attraverso quei vestiti improvvisati passava la volontà di infrangere le regole imposte e rompere con il passato.

Non avevano una divisa.
Ed era proprio questo, forse, a renderli immediatamente riconoscibili.

Tra le fotografie: il partigiano Battista “Romeo” Bertoni con il caratteristico giubbotto di pecora.