Quando Forlì scioperò per riavere le biciclette
Sono le 13.30 del 10 febbraio 1944 e nella campagna forlivese il vento soffia forte e gelido.
Da dieci giorni il commissario federale del Partito Fascista è Arturo Capanni. La nomina ha creato un po’ di sorpresa perché il fratello era stato ucciso a bastonate dai fascisti nel 1924.
Capanni è in bicicletta e ha da poco superato la frazione di San Varano. La sua casa è l’ultima, poche centinaia di metri oltre il paese.
Di fronte a lui appare un autocarro. Non si meraviglia: è un mezzo che percorre spesso quel tratto. Quello che non sa è che in coda ci sono due uomini in bicicletta, col bavero alzato e una mano sotto la giacca.
Una volta accanto partono due colpi secchi e il fascista cade senza vita.
Si sparge subito la voce che sia stato il famoso Corbari, ma a fare fuoco sono i partigiani dei GAP di Forlì, che da giorni controllano i movimenti del federale.
Partono immediatamente fermi e arresti tra gli antifascisti. I tedeschi sono pronti alla rappresaglia ma questa non avviene, si dice, per l’intervento della vedova Capanni.
Viene invece diramato il divieto di circolare in bicicletta, creando un malumore che in pochi giorni si trasforma in uno sciopero a oltranza.
Il mezzo a due ruote non solo permette di raggiungere i luoghi di lavoro, ma è anche un prezioso alleato di staffette e partigiani.
Nonostante l’assenza dal lavoro sia punibile con la morte, il 17 febbraio centinaia di operaie e operai abbandonano compatti le fabbriche forlivesi.
La protesta dura tre giorni e riesce a ottenere la revoca del decreto e la scarcerazione degli arrestati.
Per la prima volta i fascisti mostrano le loro debolezze e il popolo comprende che l’organizzazione dei lavoratori può essere un’arma micidiale.
Foto: la chiesa di San Varano colpita dai bombardamenti.



